Il Prof. Ligorio entrò puntuale alle otto in classe anche in quell’ultimo giorno di scuola che chiudeva per sempre la sua carriera lavorativa. L’alba successiva avrebbe avuto il sapore di una pensione tutta da inventare, che gli procurava malinconia nonostante già sapesse che avrebbe avuto più tempo da dedicare ai suoi nipoti ed ai suoi studi sui popoli del mediterraneo. Per il momento scacciò decisamente dalla mente questo pensiero e si rifugiò in quel gessato che sua moglie aveva tirato fuori dall’armadio e aveva posto sulla sedia della camera, come un rito che ormai si ripeteva da più di quarant’anni e che adesso giungeva all’epilogo. Quando entrò in classe, tuttavia, trovò soltanto me ad aspettarlo. Non c’era il Preside, non c’erano i colleghi e neppure gli studenti. I miei compagni di classe non avevano resistito al richiamo del mare e della campagna, al fresco di quei trulli che dalle colline di Alberobello si lasciano andare sino alla costa del mare adriatico. Anch’io sarei dovuto andare con loro ma dovevo recuperare l’interrogazione in Italiano, proprio con lui, tra i più severi Professori del Liceo, lo stesso che da bambino aveva imparato l’inglese a contatto con gli americani giunti nella Provincia di Bari a prendere fiato prima di liberare il resto dell’ Italia. Nessuno era venuto a salutarlo. Sul suo viso rugoso ma ancora giovanile era stampata tutta le delusione per quella situazione che mai avrebbe immaginato dopo quarant’anni di onorato servizio nella scuola pubblica. L’aula si riempì presto del profumo di brillantina che metteva tutte le mattine sui suoi capelli bianchi. Lo guardavo in religioso silenzio mentre sul registro scriveva il nome degli assenti con quella penna che sembrava divenire un peso sempre più insopportabile. Non ero tra i suoi allievi preferiti ma quando rialzò gli occhi dal registro mi guardò come mai mi aveva osservato, con una riconoscenza che era poi un ringraziamento per essere venuto a scuola, fosse anche per la semplice interrogazione che mi aspettava.
“Stamattina facciamo lezione – disse – parliamo di democrazia. L’interrogazione la faremo subito dopo”. Avevo tirato fuori il libro ma lui me lo richiuse tra le mani dopo pochi secondi. “Ho detto che facciamo lezione, ti va di andare al mare ?” Ci ritrovammo così sulla mia vespa, lungo la strada che dalla murgia dei trulli scende verso il mare, io e lui, come due compagni di classe che hanno fatto filone a scuola, come se il tempo non contasse più nulla e la distanza delle generazioni fosse stata annullata. Sentivo il rumore della sua giacca che si lasciava trasportare dal vento, così come le mani avvinghiate su di me quasi a togliermi il respiro. Dalle colline vicino Castellana Grotte intravedemmo quasi subito il mare. Giungemmo presto alla marina, percorrendo la strada che affianca le rovine dell’antica via Appia che da Roma portava a Brindisi, tra ristoranti e villette abusive costruite a pochi metri dal mare. Poi, quando giungemmo presso l’antica città romana di Egnatia, il professore mi chiese di fermarmi, proprio dove c’era l’antico porto da cui si narra fosse passato anche Cicerone. Scese dalla moto in un baleno, con lo scatto di un giovanotto, con i capelli bianchi che avevano ormai perso la forma della brillantina.
Per qualche istante guardò intensamente l’orizzonte del mare, preso da una sovrumana voglia di superarlo sia pure con la sola forza dei pensieri. Poi si girò verso di me. “Allora, volevo chiederti – cosa rappresenta per te la democrazia”?
“La democrazia è la facoltà di fare tutto quello che noi vogliamo, senza nessuno che ce lo impedisca” – dissi. “Stamattina abbiamo fatto filone a scuola e nessuno ci ha detto nulla”.
Il Professore si fece una grande risata che ben presto prese la forma di una serenità stampata sulle linee del viso, come quella di un padre che sa già quale eredità lasciare ai propri figli. “Oggi, in questa mia ultima lezione, voglio chiedere ai miei ragazzi di non dimenticare mai che la democrazia è il momento dell’incontro e dell’ascolto, senza le barriere che spesso nascono tra noi. Proprio come questa distesa d’acqua che abbiamo davanti a noi, uno spazio senza quei confini che si frappongono con il popolo che si trova dall’altra parte dell’orizzonte. Vi lascio in eredità questo mio pensiero, non dimenticatelo mai, neppure quando il mare è mosso e le onde sembrano impedire l’incontro”. Non finì neppure di parlare che con un tuffo si immerse in quello spazio aperto di cui aveva tessuto le lodi. Lo guardavo sorpreso, quasi non riconoscendo la figura severa dell’insegnante che mi aveva bacchettato per tutto l’ anno. Decisi di lanciarmi anch’io, di lasciare tutto sulla sella della vespa che somigliava sempre più ad una guardarobiera. “Allora, Professore, con questo vuole dire che il mediterraneo è una terra senza confini, vero”? – dissi prima di tuffarmi. “Bravissimo, – mi rispose dall’acqua – è proprio cosi’. L’interrogazione è andata bene. Sei promosso”.
Michele Pettinato
P.S: Caro lettore porgo alla tua attenzione questo racconto. Mi ha colpito la penna asciutta, l’equilibrio, il microcosmo che racchiude e l’atmosfera candida e vicina. E visto che non fa mai male riflettere sul significato delle cose, ora più che mai, soffermiamoci sulla “democrazia” e sul suo valore, cui il nostro autore anela senza pretese moralistiche, ma in una chiave che lascia a noi spazio e modo di trovare la giusta navigazione verso ”quel mare”.
Irene Leo
(Immagine della rete)