Archivio per la Categoria Scheggia

Su “Ctonia”

Posted in Dettaglio, Poesia, Scheggia on Ottobre 31, 2009 by ireneleo

Nigredo # 1

oracle

 

Ho la pelle piena di eclissi e sugli occhi la Luna si sparge senza fiato…
Piano piano si allarga il varco della bocca, trascende sulla lingua
l’effluvio nero di ortiche sincere.
Si addolorano le dita, vedove di promesse e cortesie.
Si annida saltellante l’onice sferico,
sulla curva blanda della prospettiva dei piedi…(…)

Irene Leo

 

 

 

Continua a leggere su Ctonia – Rivista di cultura Inferiore- allo speciale “Nigredo”  http://www.ctonia.com/madre.htm

su Sinestetica.net con “MUSA”

Posted in Dettaglio, Scheggia, Voci dall'etere con i tag , , , on Settembre 11, 2009 by ireneleo

Cliccando qui potrete leggere il mio racconto “Musa”, presente sul sito www.sinestetica.net  della mia cara amica GAJA.

Gaja Cenciarelli :  ha lavorato per anni in diverse case editrici e ora traduce dall’inglese narrativa e saggistica. È specializzata in letteratura irlandese e dei paesi anglofoni e scritture femminili. Suoi racconti sono apparsi sulle riviste «Accattone» e «Carta», in alcune antologie pubblicate (tra cui Allupa AllupaDeriveApprodi, 2006) e in via di pubblicazione. È caporedattrice di vibrisselibri. Ha pubblicato due libri: Il cerchio (Edizioni Empirìa, 2003), ed Extra Omnes – L’infinita scomparsa di Emanuela Orlandi(Editrice Zona, 2006). Sta lavorando a un terzo romanzo. Il suo blog èsinestetica appunto.

Ma una cosa su tutte anche lei è un pò Margherita come me, e Bulkagov ringrazia…non poteva avere margherite migliori nel suo giardino. Oh no? ;)

Cliccate sul link e su e capirete il perchè di questa bella foto/immagine di Jerry Uelsmann…

Su “Il Paese Nuovo” di oggi…

Posted in Articoli, Comunicato, Racconti, Scheggia con i tag , , on Marzo 19, 2009 by ireneleo

…in edicola, il mio racconto dal titolo

 “Paola e Francesca”

Immagine della rete

 

“…Paola aveva negli occhi un velo profondo fatto di punte che schiaccia contro il muro chiunque abbia dentro almeno un po’ di sangue.

Paola la sera rimaneva sino a tardi con la finestra aperta a cercarsi verso l’orizzonte. Le stelle le odiava come si odia chi fregandosene della tua pelle e dei tuoi brividi spogli, continua a brillare impassibile. Lei non era quelle stelle, era nera luna ossidata dal vento e dai pensieri…” - continua  su Il Paese Nuovo

Irene Leo

variazione #2 (about P.)

Posted in Scheggia on Marzo 16, 2009 by ireneleo

 immagine della rete

 

Cerco Luce.

(Brucio Poesie)

 

I. L.

Cos’è la Poesia?

Posted in Scheggia, Video_Poesia, Voci dall'etere on Marzo 6, 2009 by ireneleo

“Per fare poesia, una sola cosa è necessaria…TUTTO!”

La favola del Lupo

Posted in 1, Racconti, Scheggia con i tag , , on Febbraio 19, 2009 by ireneleo

Il Lupo e Cappuccetto Rosso, sorseggiavano un drink al bar della stazione. Tra poco lei avrebbe ripreso il suo treno per andare di qua e di là in giro per case occhi città cuori e pensieri, intenta a razzolare affetti e non solo, col suo bel cestino di sogni e bisogni, col suo bel faccino di zucchero e porcellana, pronta a prendere a prendere e a prendere benevolenze e fantasie di altrui vite, prima di tornare dalla povera nonna decrepita, sola e confinata nella sua casetta sulle colline, legata ed imbavagliata per benino nell’armadio di rovere.

-Cosa si dice in giro di me? Chiese il Lupo con aria preoccupata, alla sua amica di vecchia data.

-Mha le solite cose mio caro, che sei cattivo, che mangi i bambini, che calpesti i cuori della gente, che sei egoista, che non rispetti il tuo prossimo, e che una volta ottenuto ciò che vuoi, giri il foglio.

- Ma come fanno a dire tutte queste cose? Sono stupide illazioni! Anche la storia della nonna, se sapessero che le combini povera donna! Eppure nessuno di loro ha mai osato fermarsi a parlare con me nemmeno una volta! Nessuno sa niente di me, nessuno ha avuto il coraggio di chiedermi la verità. A tal proposito Cap. tu c’entri qualcosa?

-E di me che si dice Lupo? Aggiunse Cappuccetto Rosso, spezzando il discorso e slacciandosi il primo bottone della camicetta con fare malizioso, con gli occhi puntati verso la sua prossima preda, un aitante principe azzurro due tavolini più in là.

-Di te Cap.? Nulla. Rispose il Lupo ingoiando una nocciolina salata dell’aperitivo che uno dei sette nani aveva appena servito loro. Nulla se non quello che tu decidi di far vedere. Sai qual è la differenza tra me e te?

-Quale?

- Io non nascondo nulla nel mio armadio…

Morale: Sappiamo guardare oltre le “favole” che ci raccontano?

Irene Leo

Silent Day: Spegniamo il rumore accendiamo la Pace.

Posted in Scheggia on Gennaio 28, 2009 by ireneleo

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Irene Leo,  28 gennaio 2009, prov. di Lecce.

27 gennaio 2009-Giornata della Memoria

Posted in Dettaglio, Scheggia, Voci dall'etere, visioni on Gennaio 27, 2009 by ireneleo

Son morto con altri cento, son morto ch’ ero bambino,
passato per il camino e adesso sono nel vento e adesso sono nel vento….

Ad Auschwitz c’era la neve, il fumo saliva lento
nel freddo giorno d’ inverno e adesso sono nel vento, adesso sono nel vento…

Ad Auschwitz tante persone, ma un solo grande silenzio:
è strano non riesco ancora a sorridere qui nel vento, a sorridere qui nel vento…

Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello
eppure siamo a milioni in polvere qui nel vento, in polvere qui nel vento…

Ancora tuona il cannone, ancora non è contento
di sangue la belva umana e ancora ci porta il vento e ancora ci porta il vento…

Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà…

Io chiedo quando sarà che l’ uomo potrà imparare
a vivere senza ammazzare e il vento si poserà e il vento si poserà e il vento si poserà…

Bambino Nel Vento (Auschwitz)

Francesco Guccini

P.S:

Invochiamola questa Pace. Ve ne prego facciamolo assieme, oggi 27 gennaio giornata della memoria, e sempre. Perchè cessi il massacro e dagli errori si tragga saggezza.

Vi invito a non dimenticare, ad allertare i sensi verso la pace, sempre, ad abbattere le diffidenze e le altezze tra le persone. Siamo tutti uguali, figli dello stesso spazio tempo. Ad allontanare le paure, a seppellire l’ignoranza miccia di molti fraintendimenti e di guerre… Noi siamo il mondo, noi abbiamo il dovere di renderlo un posto migliore per noi e per chi ci sarà dopo noi. Lo dobbiamo alla vita, lo dobbiamo a quel lato buono del mondo, che è sepolto in fondo al male, nascosto ed obliato ma c’è. E’ un dovere ancor prima di un diritto.
Silent Day, nasce nell’after Day della memoria, per non distogliere l’attenzione nè coprire il valore fondamentale e primario della memoria storica come incipit per un evoluzione sociale e civile verso il miglioramento. Non si può far finta di nulla. Silent Day non nasce prima della giornata della memoria perchè non è avverso a nulla, nè è contropartita, bensì si accompagna a tutte le manifestazioni che inducono il cuore alla riflessione alla pace alla non belligeranza. Perchè non esistono vincitori e vinti quando la morte si ferma negli occhi di mille e mille persone. Non c’è nessuna vittoria o ragione nelle bombe intelligenti che rimbalzano come un odierno ping pong di filosofie politiche. No. Silent Day è dalla parte dei piccoli, degli ultimi, degli innocenti, di chi non può difendersi, indipendentemente dai colori che indossa.
La Pace, quella vera non è armata, e rchiede uno sforzo maggiore, un apertura mentale notevole ed una volontà di far mutare le cose, ricostruendo sugli errori commessi e sulle ammissioni di colpa. Il seme del bene nasce e cresce solo dove c’è amore. Pertanto impariamo a vivere da persona rette e responsabili, e cominciamo dal nostro piccolo, dallo spazio attorno a noi (le cronache odierne ce lo raccontano purtroppo) a rispettare gli altri, pienamente. I bambini di tutto il pianeta hanno lo stesso sorriso, e le stesse lacrime.
E per favore: NON DIMENTICATE. MAI. “Vivere richiede uno sforzo maggiore del semplice respirare”, e l’indifferenza è l’unica vittima da colpire…seriamente.
Irene Leo

La Pace di cui ognuno si contenta.

Posted in Articoli, Dettaglio, Scheggia con i tag , , , on Dicembre 16, 2008 by ireneleo
Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Professore: – “Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi! Vada in America, se ha le possibilità. Ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere; un posto bello e inutile, destinato a morire.”
Studente : – “Cioè secondo lei tra un poco ci sarà un’apocalisse?”
Professore: -”E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire. Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via.”
Studente: – “E allora professore perché rimane?”
Professore: – “Come perché? Mio caro, Io sono uno dei dinosauri da distruggere!”

(La meglio Gioventù-Tullio Giordana.1993)

“Un posto bello…destinato a morire”. Mi dà il brivido questa frase, mentre un film scorre sulla superficie lucida di uno schermo ultrasottile, come lo spessore degli ideali e della voglia di cambiamento di questa realtà. La pelle trasale, governata dall’istinto animalesco, che sembra dire” va’ via”, “Scappa”! L’impulso è forte e si inerpica sulle gambe fin dentro la pancia, e comincia a pulsare. Il battito accelera. Un’apocalisse sarebbe l’eccelsa vittoria nella sconfitta, perché ciò che uccide veramente è lo stato limbico delle cose, la sospensione indetta dalla regola di mercato, il volenteroso sforzo da parte dei più, che nulla cambi. Fa male a quei pochi con i cuscini di velluto a parare loro le cadute, una qualsiasi ipotesi di cambiamento. Cambiare direzione vorrebbe dire fare il nostro gioco, il gioco di chi vorrebbe far mutare il mondo, o meglio chiedere le dimissioni da questo ed il trasferimento presso una dimensione che considera la persona in base ai suoi titoli morali e meritocratici innanzitutto. Ma tutto parte da lontano. La crisi è cominciata anni fa, risale alla prima volta in cui un uomo vedendone cadere un altro in disgrazia, gli ha sparato alle spalle, la crisi è sempre stata virus latente in un società che non ammette diversità, ma si nutre di omologazione e sorrisi di plastica che investono le minoranze di sana pianta vitale. Era già crisi, quando abbiamo alzato un sasso contro un disabile per strada, ucciso sotto le bombe un nostro pari, era crisi il pianto di un bambino buttato sul marciapiede a morire, la disfatta dei nostri problemi fattasi distruzione di strade cassonetti scuole auto era già crisi, era crisi il rumore dello stadio la domenica, mentre qualcuno moriva così per caso in un gioco diventato amaro e troppo serio, era crisi ammettere che non esistono problemi che chi si “fa” è un perdente e va’ lasciato solo e senza speranze, era crisi considerare il corpo di una donna un buon modo per attirare l’attenzione nella vendita di un prodotto pubblicitario, era crisi sentire le bestemmie di chi si fa a pezzi per un parcheggio, o quando l’auto di qualcuno non si ferma a soccorrere un essere umano appena investito, o rubare l’innocenza ad un bambino con il movente di un’infermità mentale che salverà gli anni e le colpe. Era crisi. Era già crisi vedere che basta così poco per spegnere una vita, che basta un nonnulla per mettere fine a quella degli altri….
Era già crisi quando abbiamo imparato ad essere così pieni di pochezza e così troppo figli d’un arredamento vista mare, ostentato come l’orologio d’oro sul polsino la domenica a messa, belle facce piene di sporcizia sotto il colletto, dinnanzi ad un Dio troppo stanco.
Ma è vero, è un posto così inutile questa nostra valle di lacrime, che ha acceso la spia rossa, solo quando la crisi è divenuta economica, anteponendo ancora una volta questa ai problemi di fondo, quelli che vanno ben oltre il conto corrente. Possibile mi chiedo, siamo stati così stupidi da non capirlo, non capire che tutto il male che è in questo presente, è precedente a tutti i crolli di tutte le borse, è ben più grave e più profondo, è ben più sofferente questo male, che ha gli occhi di una donna che ho visto in piazza sere addietro, non aveva le scarpe mentre pioveva e faceva freddo. Un uomo le ha allungato 5 euro nel cappello, dandole il colpo di grazia, consegnandole in mano ai suoi aguzzini, a noi perbenisti dal cappotto lungo e griffato, professionisti del buon costume e delle pessime abitudini. Un altro però le si è avvicinato con il suo ombrello, offrendole riparo. Eccola la differenza, sfuggita alla consuetudine, un briciolo di umanità concreta. Ma è ancora attuabile? I miei pensieri eccoli anch’essi, intrecciarsi alle gocce di una pioggia che sporca le finestra chiusa, ed il fermo immagine del film di Giordana, “La meglio gioventù” di pasoliniana memoria. Lo rivedo ancora per la seconda volta. Non lo so, forse me ne andrò via anche io. Tempo addietro lo scrissi, e brillò in prima pagina nazionale su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Pasqua (un segno nel segno) che mai avrei abbandonato il campo volendo distruggere quei “dinosauri”. Ora mi rendo conto che la questione non è la distruzione in sé del male, ma va eliminata la causa di tale bruttura, di tale incastro, di tale mancanza….di un presente che non lo ammette un futuro. Per nessuno. Bisogna solo avere il coraggio e la coscienza oggettiva per gridarlo forte, che siamo nello scatola di una scommettitore che fa di noi le sue carte da gioco, il viscido sistema che ha permesso tutto questo. La speranza è divenuta rabbia.
Un giorno forse neanche tanto lontano, mi metterò un impermeabile addosso, una sciarpa alta, un paio di stivali comodi, e me ne andrò lontano anche io…ma prima l’avrò fatto:avrò contribuito alla morte del mio paese. E forse questo bisogna auspicarsi una morte indolore, una guerra interna alle cose. Bramare una fine, in attesa di un giorno nuovo, di un altro inizio.

“Nel quartiere borghese c’è la pace di cui ognuno dentro si contenta, anche vilmente, e di cui vorrebbe piena di ogni sera l’esistenza.” (Pier Paolo Pasolini)

Irene Leo

(Pubblicato su “Il Paese nuovo” del 18 dicembre 2008)

Omega Poetico

Posted in Articoli, Scheggia con i tag , , on Dicembre 2, 2008 by ireneleo

Ho qui sullo stomaco una sorta di anello di metallo, che stringe, stringe forte. Mi serve per tenermi dentro i pensieri e le parole che potrebbero scagliarsi contro enormi muri di gomma, in maniera spaventosa, storpiandoli. Mi sto spogliando di veli e rime, mi sto spogliando di ogni orpello, e di maschere mai avute, fino all’osso, alla polpa interna del mio sentire che brucia forte a volte, e non c’è digestivo che tenga. No non c’è. C’è così tanto oro attorno e suppellettili di avorio di ferro di legno pregiato, che quasi si dilegua poi il volto reale delle cose, dietro magnifiche ombre barocche. Mi stride forte nelle orecchie, è una nota diesis fuori controllo che le armonie non le conosce affatto, o quantomeno finge di conoscerle. E’ una musica densa ed inquinante come il petrolio questa che vorrebbe vestirsi di sinfonia. Soffoco, soffoco nel cuscino di una radice che vorrebbe mettermi all’angolo, ma nei miei limiti sono assoluta, tremendamente, e combatto contro mulini a vento che non mutano di direzione. Sono così piccola quaggiù, nelle mani mi porto l’indispensabile, uno stralcio di verità, che probabilmente a nessuno può interessare. Troppo semplice la mia dinamica del gioco all’apparenza, perchè io non gioco, non ho mai giocato con le anime che ci credono nel viaggio, non l’ho mai fatto. Ma accade, accade ancora che tutto l’amore venga visto come un qualcosa che altri additano con occhi sporchi. Ho sempre solo amato, non ho mai odiato nessuno, nemmeno chi mi ha spezzato deliberatamente. Ma ho visto cose tremende che non potrei descrivere, ho visto tanta finzione voluta e senza buona fede, fino a che non mi sono imbattuta in una rivelazione. La mia stanchezza o inerzia, stanchezza del mondo, di questo business che brucia i colori delle cose, e che appella col nome di Poesia cento cose buttate là che fanno quantità di pagine.
Ho avuto la mia rivelazione, ma non salvifica stavolta bensì maligna e crudele, mentre il sole mi brillava nelle orecchie ed il silenzio era intorbidito da un gallo fuori tempo che cantava per tre volte.
Nessuna smentita.
Non volevo, non volevo affatto aprire gli occhi, poi è avvenuto, e la farfalla si è lasciata morire sugli scogli.
Ora lo so, so che Poesia è morta. L’ho vista piangere in un alba rossa di fuoco, mentre declinava il capo avvilita. Pochi prescelti ascoltano la sua verità e la portano in braccio, altri ne fanno triste bandiera. Ora che anche io sono un po’ morta con lei, chiedo di rinascere bruco, per andare a cercarla nei luoghi più bassi, nel carbone più nero dei semplici, tra le carte gialle di una dimenticanza, o negli scaffali di una mensola buia, nella coerenza di chi non ha mezzi termini, e nelle parole più spigolose e graffiate. Nel boccaccetto del sale unto di olio, e di vita, tra le calze distrutte di un uomo, che ha messo le sue scarpe al sole nei pressi della strada più ricca, nella pioggia, sì nella piogga acida di una vendetta di madre, nel buio che avvolge tra le lenzuola il sonno la notte, respirandosi addosso. Sarò così in basso, che sotto di me sentirò solo l’inferno, incalzare, sarò così strisciante che le mie costole saranno orizzonti a metà, si la cercherò in tutti gli angoli disprezzati. Lascerò ad altri il gusto del volo e la sua leggiadra bellezza vacante. La seguirò ovunque mi chiamerà…seguirò solo la sua voce.
Non fermatemi.
Sto cercandomi.
Sto cercandola.
Non fermatela.
E’ solo Poesia, ma ben presto tornerà ancora, e si farà carne. La vedo, la vedo quasi che “si torce al riflesso di un miraggio /insegna la favola più antica”.

Irene Leo

Pubblicato su “Il Paese Nuovo” del 4 dicembre 2008