
Pier Paolo Pasolini
Professore: – “Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi! Vada in America, se ha le possibilità. Ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere; un posto bello e inutile, destinato a morire.”
Studente : – “Cioè secondo lei tra un poco ci sarà un’apocalisse?”
Professore: -”E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire. Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via.”
Studente: – “E allora professore perché rimane?”
Professore: – “Come perché? Mio caro, Io sono uno dei dinosauri da distruggere!”
(La meglio Gioventù-Tullio Giordana.1993)
“Un posto bello…destinato a morire”. Mi dà il brivido questa frase, mentre un film scorre sulla superficie lucida di uno schermo ultrasottile, come lo spessore degli ideali e della voglia di cambiamento di questa realtà. La pelle trasale, governata dall’istinto animalesco, che sembra dire” va’ via”, “Scappa”! L’impulso è forte e si inerpica sulle gambe fin dentro la pancia, e comincia a pulsare. Il battito accelera. Un’apocalisse sarebbe l’eccelsa vittoria nella sconfitta, perché ciò che uccide veramente è lo stato limbico delle cose, la sospensione indetta dalla regola di mercato, il volenteroso sforzo da parte dei più, che nulla cambi. Fa male a quei pochi con i cuscini di velluto a parare loro le cadute, una qualsiasi ipotesi di cambiamento. Cambiare direzione vorrebbe dire fare il nostro gioco, il gioco di chi vorrebbe far mutare il mondo, o meglio chiedere le dimissioni da questo ed il trasferimento presso una dimensione che considera la persona in base ai suoi titoli morali e meritocratici innanzitutto. Ma tutto parte da lontano. La crisi è cominciata anni fa, risale alla prima volta in cui un uomo vedendone cadere un altro in disgrazia, gli ha sparato alle spalle, la crisi è sempre stata virus latente in un società che non ammette diversità, ma si nutre di omologazione e sorrisi di plastica che investono le minoranze di sana pianta vitale. Era già crisi, quando abbiamo alzato un sasso contro un disabile per strada, ucciso sotto le bombe un nostro pari, era crisi il pianto di un bambino buttato sul marciapiede a morire, la disfatta dei nostri problemi fattasi distruzione di strade cassonetti scuole auto era già crisi, era crisi il rumore dello stadio la domenica, mentre qualcuno moriva così per caso in un gioco diventato amaro e troppo serio, era crisi ammettere che non esistono problemi che chi si “fa” è un perdente e va’ lasciato solo e senza speranze, era crisi considerare il corpo di una donna un buon modo per attirare l’attenzione nella vendita di un prodotto pubblicitario, era crisi sentire le bestemmie di chi si fa a pezzi per un parcheggio, o quando l’auto di qualcuno non si ferma a soccorrere un essere umano appena investito, o rubare l’innocenza ad un bambino con il movente di un’infermità mentale che salverà gli anni e le colpe. Era crisi. Era già crisi vedere che basta così poco per spegnere una vita, che basta un nonnulla per mettere fine a quella degli altri….
Era già crisi quando abbiamo imparato ad essere così pieni di pochezza e così troppo figli d’un arredamento vista mare, ostentato come l’orologio d’oro sul polsino la domenica a messa, belle facce piene di sporcizia sotto il colletto, dinnanzi ad un Dio troppo stanco.
Ma è vero, è un posto così inutile questa nostra valle di lacrime, che ha acceso la spia rossa, solo quando la crisi è divenuta economica, anteponendo ancora una volta questa ai problemi di fondo, quelli che vanno ben oltre il conto corrente. Possibile mi chiedo, siamo stati così stupidi da non capirlo, non capire che tutto il male che è in questo presente, è precedente a tutti i crolli di tutte le borse, è ben più grave e più profondo, è ben più sofferente questo male, che ha gli occhi di una donna che ho visto in piazza sere addietro, non aveva le scarpe mentre pioveva e faceva freddo. Un uomo le ha allungato 5 euro nel cappello, dandole il colpo di grazia, consegnandole in mano ai suoi aguzzini, a noi perbenisti dal cappotto lungo e griffato, professionisti del buon costume e delle pessime abitudini. Un altro però le si è avvicinato con il suo ombrello, offrendole riparo. Eccola la differenza, sfuggita alla consuetudine, un briciolo di umanità concreta. Ma è ancora attuabile? I miei pensieri eccoli anch’essi, intrecciarsi alle gocce di una pioggia che sporca le finestra chiusa, ed il fermo immagine del film di Giordana, “La meglio gioventù” di pasoliniana memoria. Lo rivedo ancora per la seconda volta. Non lo so, forse me ne andrò via anche io. Tempo addietro lo scrissi, e brillò in prima pagina nazionale su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Pasqua (un segno nel segno) che mai avrei abbandonato il campo volendo distruggere quei “dinosauri”. Ora mi rendo conto che la questione non è la distruzione in sé del male, ma va eliminata la causa di tale bruttura, di tale incastro, di tale mancanza….di un presente che non lo ammette un futuro. Per nessuno. Bisogna solo avere il coraggio e la coscienza oggettiva per gridarlo forte, che siamo nello scatola di una scommettitore che fa di noi le sue carte da gioco, il viscido sistema che ha permesso tutto questo. La speranza è divenuta rabbia.
Un giorno forse neanche tanto lontano, mi metterò un impermeabile addosso, una sciarpa alta, un paio di stivali comodi, e me ne andrò lontano anche io…ma prima l’avrò fatto:avrò contribuito alla morte del mio paese. E forse questo bisogna auspicarsi una morte indolore, una guerra interna alle cose. Bramare una fine, in attesa di un giorno nuovo, di un altro inizio.
“Nel quartiere borghese c’è la pace di cui ognuno dentro si contenta, anche vilmente, e di cui vorrebbe piena di ogni sera l’esistenza.” (Pier Paolo Pasolini)
Irene Leo
(Pubblicato su “Il Paese nuovo” del 18 dicembre 2008)