Cliccando QUI trovate la mia recensione about “Il paese delle spose infelici” di Mario Desiati (pubblicata su “Il Paese nuovo” di giovedì 2 ottobre 2008.)
Buona lettura!
Irene Leo
Cliccando QUI trovate la mia recensione about “Il paese delle spose infelici” di Mario Desiati (pubblicata su “Il Paese nuovo” di giovedì 2 ottobre 2008.)
Buona lettura!
Irene Leo
Se non si fossero scordati il mio
nome.
(…)
Potresti chiamarmi
Uomo
E’ oscillazione questa sua poesia che si dimena piano piano e pare fiorire ovunque fregandosene delle regole e dei benpensanti. Il tempo che scorre screzia i sentimenti, li spezza, li umilia, li fa dolci e salati e dietro ad essi si frappone come trait d’union una poesia che sa di un altro secolo e si porta dietro l’ombra e la luce dei poeti maledetti.
la vera pena è stare sveglio,
Fabio Paolo Costanza ci mette l’anima, e la carne e la cenere di attimi fotografati eternamente nello spazio di un sempre, dove la grande meraviglia è la morte assisa dietro gli angoli bui degli occhi, e la vera dannazione è nascere nudi di armature in pasto ad un mondo cupo ed assassino.
Ci sarebbe solo da farsi leccare tutta la vita
dopo la prima inguaribile ferita:
nascere.
Inquietudine e pensamenti che fermano le caviglie e ti avvolgono in un’atmosfera particolare, dove l’autore spalancando la soglia della sua psychè ci spinge all’interno di un tunnel che porta sin in fondo alle sua radici.
Ho assaggiato l’estate e
sputato via il succo:
il sole mi fa schifo,
ci fa vedere troppo.
A Budapest.
Budapest è la perdizione assoluta di un luogo dove la soluzione è una non soluzione, dove chiudere gli occhi e toccarsi i pensieri è ancora di sopravvivenza ma non salvezza. Sembra aver vissuto di già una intera vita il protagonista di quella che leggendo, ho interpretato non come una “mera” raccolta poetica. E’ una storia fatta poesia, o meglio una poesia che si fa storia e racconta attraverso le sue finestre aperte con una grande energia i turbamenti e i silenzi ed il sonno ed il sonno fatale di un anima affranta ed invecchiata alla luce di un contesto che attanaglia.L’espressione Budapest, circo triste svela la lente con la quale l’autore si avvicina alla parola in versi, un prostrarsi oltre la rosea apparenza delle cose, per ubriacarsi di un substrato più amaro ma reale, dal quale si deve scappare o nel quale si deve morire. Il linguaggio ha una chiave particolare, il verso è spezzato, idem il ritmo che pare ansimare a tratti o che pare sfiancarsi in altri anfratti di poesia. La personalità è libera, dolorosa, accorata, passionale…ha una sua unicità che ti lascia un sapore differente. Non è poesia di miele e zucchero, ma si porta seco spilli, e rovi e le ferite che stillano sangue e vita si trasformano in feritoie da cui osservare noi stessi. E in quel noi stessi che detestiamo, si fa largo la Poesia.
Non conosco nulla di più ostinato di un
dolore. (…)
Guardatemi fratelli,
il peggio è la poesia,
salvatela.
Irene Leo

Il titolo di questo articolo era il ritornello di un fortunato singolo anni 80. Mi ci sono imbattuta giorni fa, lo davano su una radio old style. Ma vorrei usarlo come pretesto per una riflessione attuale. Chi siamo realmente noi giovani e cosa cerchiamo o vogliamo dal sistema? Galimberti in un’intervista/presentanzione del suo ultimo libro “L’ospite inquietante” afferma che i giovani di oggi stanno male, vivono un disagio disatroso che non ammette risoluzioni con rimedi classici, e cosa grave solo gli operatori di mercato se ne accorgono. Stanno male non per questioni esistenziali, è un disagio culturale quello attuale, figlio di un nichilismo che annienta ogni scala di valori. I giovani si trovano tra le mani una scala di non-valori assoluta, senza riferimenti ed orientamento. Il nischilismo -continua Galimberti- questo ospite inquietante, è entrato nella loro psicologia , nelle radici del tempo facendolo convergere verso un’assenza di futuro, diventato da promessa, inquietudine: da che la scelta di vivere eslcusivamente nel presente all’estremo. Non tutti i giovani chiaramente sono in questa condizione, ma molti sì, assumono questa dimensione che comporta una svalutazione della realtà. La scuola non riesce ad ottenere il loro impegno, l’alfabetismo emotivo dilaga, e non si sa cosa dire, come esprimere le emozioni, il che sfocia spesso nei percorsi disperati della droga, ovvero un modo per anestizzare la vita, ed essendosi persa la misura delle cose, sono portati all’esperienza estrema, la morte. La soluzione sarebbe quella di creare curiosità verso le proprire virtù, ovvero metter luce sulla ricchezza che si portano dentro, farli innamorare, per giungere all’arte del vivere, imparando ad investire su di sè. Se i giovani sapessero appassionarsi alle proprie capacità, lasciandole fiorire, forse -continua- l’ospite inquientante, il nichilismo, non passerebbe invano. Le vicende odierne di cronaca, ci mostrano la concretezza di queste parole, di queste riflessioni. Mancanza di amore su tutto,e precarietà dei sentimenti, io aggiungerei. Specchio di un presente assurdo e paradossale. Se è vero che noi giovani abbiamo perso la “bussola”, credo che la causa non sia solo intrinseca al problema, ma vada ricercata in una concausa “là fuori”. Sono la prima a credere che che non si debba peccare di “vittimismo”, ma non scordo che chi c’era prima di noi, non ci ha fornito le basi e lo spazio per distendere le ali prima del volo verso la realizzazione personale ed un futuro cui si accenna su. Meditiamo dunque, meditiamo tutti, giovani e meno giovani. Ciò che abbiamo attorno è specchio consapevole del nostro modo d’essere. Se la società siamo noi, è arrivato il momento di far cambiare quel “noi”.
Irene Leo
( Articolo pubblicato su “Il Paese Nuovo” del 20-05-2008 )

Un cielo senza repliche
VITTORINO CURCI
“Un male del principio. Un guasto. All’altezza del brivido che ripete se stesso.
Oggi confuso e distante. Domani sangue vivo.
E’ tutto quello che so.
Con i piedi nella melma e i calzini bagnati, le domeniche non passano.”
Un cielo senza repliche, è quello che scorre dagli occhi al lento e veloce snodarsi dei giorni. Un cielo sempre uguale nella memoria, sempre dissimile dal vero oltre la lente delle emozioni. L’orizzonte non ammette ripetizioni sui suoi straordinari tramonti, e sulle sue indicibili albe, così come la vita non ammette possibilità infinite e ripetitive. Alla finestra della psychè esiste e sussiste l’unicità dell’attimo, che si perde mentre la lingua battendo sul dente pronuncia ”vita”. A volte spalancando le braccia al mondo, poi questo ci attraversa e noi non siamo più noi, ma un mezzo con il quale raccontare la nostra verità, che è la verità dell’universale, quella cui lo spirito anela.
C’è una brezza leggera tra queste parole, parole di cera, parole di sabbia, parole di marmo, parole di albero, parole di uomo, parole nude e parole vestite. Le parole di Vittorino Curci. Nel loro modus elegantemente sobrio hanno dalla loro una forza particolare, che con estrema dolcezza ti scorre addosso e si spinge oltre, ed il lettore pian piano è come accolto in un contesto reale e concreto che ha il sapore pieno della dimensiona narrativa. E’ la goccia che cava la pietra per giungere alla radice, e al senso delle cose sotterranee. C’è l’ombra e l’essenza di un Sud tra le righe, odi voci e volti farsi strada, i “compagni” della domenica e le lotte intestine e non col quotidiano, la contraddizione delle certezze, l’eco dei sentimenti, e i colori chiari e i colori scuri. Lo stile è un nonstile, ovvero libertà espositiva che scardina la fredda gabbia del rigor metrico, in virtù di un accalorato flusso di pensieri, spontanei, spigolosi, spina e rosa di una perenne evoluzione. La sensazione di un viaggio rimane addosso, un retrogusto di cose che passano veloci, nelle quali noi eterni esseri erranti in lotta col tempo ci contiamo le dita coscienti che tutto sfinirà nella linea dell’orizzonte, e dunque ci nutriamo la bocca, lo sguardo, le carni e l’animo di tutta l’intensità che possiamo. Non c’è luce accecante che abbaglia in questo “versificare”, piuttosto un controluce, ed una lampada notturna che disegna e sottrae situazioni come ombre cinesi su un muro candido.
C’è una personalità poetica evidente e ricca di sfumature in “Un cielo senza repliche” di Vittorino Curci: è un regalare al lettore il carisma e l’oscillazione dell’osservatore attento, che con le sue variazioni in versi crea sonate che danzano nell’etere come le delicate note di Einaudi. E d’obbligo restare in silenzio dunque per non alterarne l’alchimia preziosa oltre lo spazio, dove alla fine il luogo raccontato è tutti i luoghi, e l’aria che inonda i polmoni dell’autore, diventa la stessa che noi tutti respiriamo. Noi siamo là, ed il resto è un’inutile cornice, la perfezione è nel nocciolo delle cose.
“(…) Ma per come li ricordo
quelli erano ciliegi
e lì il mondo non finiva.”
Vittorino Curci
UN CIELO SENZA REPLICHE
LietoColle – Collana Aretusa
ISBN 978-88-7848-376-7 € 10,00
Irene Leo
( Articolo pubblicato su “Il Paese Nuovo” del 04-05-2008 )
“Dal Balcone del Corpo” di Antonella Anedda

*
“…Noi viviamo per schegge
che spostandosi frantumano l’io e il voi
e il più delle volte lasciano intatto solo il paesaggio”.
Lascia che la terza persona parli e che loro rispondano:
“Noi abbiamo i nostri giudici. Fitti come uccelli negli alberi.
Le loro voci si confondono.
Uno è più severo degli altri. Uno è più mite
(nostro padre era un giudice).
” Ora fai che il plurale si ritragga
indietreggi, dica di nuovo: io
Antonella Anedda
(Coro, Dal Balcone del Corpo)
Trovo sia difficile al giorno d’oggi in fatto di poesia, trovare il nuovo, correre verso qualcosa di assolutamente personale e mai affrontato. Senza voler peccare di presunzione, sono state poche le volte che leggendo liriche e versi su versi, mi si è manifestata sotto forma di stupore o originalità la Musa, anche in autori dalla bella penna. Parlo di poesia contemporanea, ed essendo io stessa nella contemporaneità l’ottica per affrontare tale argomento risulta interna e vicina. Mi viene alla mente un’intervista di Sanguineti di qualche tempo fa, nella quale enunciava e denunciava tali tematiche e situazioni. L’editoria non ha voglia di giocare sull’imprevedibile, e molto spesso punta su poetiche preconfezionate e di sicuro impatto, portando ad un modus che pare un cane, che si morde la coda. “Il mio stile è non avere stile”, diceva e poi ancora “ Si continua a tornare all’ordine, quando invece bisogna tornare a quel disordine”. Sanguineti non sbagliava, c’è però unitamente a quanto detto anche il timore da parte degli autori a sperimentare nuovi linguaggi, per il solito discorso del mercato, dell’industria,senza dimenticare la paura che a volte diventa maschera dietro cui celare la mancanza di quel quid . Sono molti gli autori che fanno scrittura, ma pochi quelli che afferrano il verso facendolo proprio, dandogli il senso profondo della loro anima e della loro ottica. Ammettendo d’essere diventata personalmente un severo censore (anche nei confronti della mia stessa produzione poetico-letteraria)dunque leggo cercando nelle “mie” letture il brivido, la fiaccola nel buio, ma soprattutto l’essere umano. Non è meramente “questione di stile”-e mi riallaccio a Sanguineti- ma di manifestare se stessi, senza remora, il resto è conseguenza. E’ accaduto però di recente che i miei occhi abbiano brillato, e non solo i miei, visto il Premio che quest’autore, anzi autrice per la precisione, ha conquistato con una motivazione concreta al di là delle belle ed infiocchettate parole:”… scrive versi che esplorano le necessità biologiche dell’esistenza”(…). Questo è uno stralcio del motivo con il quale è stato attribuito ad Antonella Anedda,( straordinaria poetessa contemporanea romano – sarda), il “Premio Napoli”, per il suo “Al balcone del Corpo”, raccolta di poesie edita Mondadori 2007. Vi dirò, sono una lettrice empatica e lunatica, ma molto diretta nei miei giudizi e nelle mie analisi. Le parole raccontate in versi dell’Anedda scalfiscono a fondo la superficie delle sensazioni, e l’inconsistente riacquista spessore, e l’ineffabile proprio della poesia si scioglie in concretezza. E’ un flusso continuo quello del balcone del corpo, unico mezzo con cui ci si rapporta al mondo. Per giungere all’anima, quell’esistenza che ci ruota attorno, passa attraverso le strutture fisiche del nostro corpo. Il verso è privo di bizzarre macchinazioni, non trovi il sentore di rose e viole tra le sue parole, ma odori veri che ti fioriscono negli occhi e li catturano. Avverti una voce, una persistente onda, che è pianto, dolore, albero, casa, un’anima che vive nella memoria degli oggetti . E’ personale la sua scrittura, realmente forma di un modo d’essere, ed il lettore l’avverte subito questa sintonia, questa accordanza di doppia verità tra autore e fruitore. Mi piace a tal proposito riprendere una mia precedente recensione spontanea, (parte di essa in realtà )sempre a proposito del “Al balcone del corpo”, letto, bruciato e gustato nel giro di poche ore:
…Un lume sul comodino, acceso, ed una famelica ossessiva voglia di spogliare le parole. Giungere al nocciolo. Pare di ascoltare la voce dell’autrice: vita, morte, amore vestito di vita e di morte.
Affacciarsi al balcone per mirare l’anima delle cose attorno fuori di noi, con occhi diversi. Cose uguali ed occhi diversi.
“Quando ci siamo abituati a vedere?”
Forse noi non vediamo, guardiamo soltanto.
Ho visto, ho sentito il suono profondo del dire di un’anima che oscilla tra i versi sciolti di un versificare nuovo, personale, dolente eppure non arrendevole. Poesia che ti lega le braccia, le gambe, ti impedisce di allontanarti dalla cose viste e vissute.
La storia di un pezzo di vita, o di tutta una vita. Riposta, malamente nascosta, come in armadio semiaperto.
E’ stracciare la quotidianità per te che leggi e vai via, che rubi e vai via, che fai tua ogni pagina e resti, facendone mattone del tuo passo.
C’è il profumo-come per un buon vino di un bouquet sapido, secco, narrativo. Il dolore è la chiave che brucia, che macchia, eppure è pietra di volta che pesa, spezza, frammenta ma ricongiunge.
Una sospensione disincantata del mondo, a tratti mistica diviene, come spiegazione di chi spingendosi oltre il varco porta nel suo dolore il significato più profondo del mondo.
Non è il crogiolo di voci là fuori a delineare la pelle e i confini di un uomo o di una donna, siamo noi ad alimentare i nostri confini sbirciando e scrutando il mistero dell’esistenza affacciati dal balcone del corpo.
Clicca qui per ascoltare in real player la lirica Donna che scrive – tratta Dal Balcone del Corpo
Irene Leo
( Articolo pubblicato su “Il Paese nuovo” del 11-04-2008 )

...”Parole sicure
facili muse
sopra la neve
idee a mille sillabe
spartito musicale
grande annunciazione
canestri di fede
tacciono come dimore
traslate
su zolle vogliose
di un destino infame
chiuso dalle rimembranze..”
La Poesia è un vestito. Affermazione banale forse. Ma rende l’idea. Mi spiego. Una veste prende la forma di chi la indossa, creando curve più o meno evidenti in base alla flessuosità della Psychè di chi la incontra. Appare così un’anima al cospetto di se stessa se rimaniamo sospesi all’apparenza soltanto di questo Poema, ma siamo sicuri sia solo questo? Siamo sicuri Che Donno abbia “solo” voluto raccontare se stesso? Per una mente poco “allenata” alla poesia, la risposta potrebbe risultare come un sì. Attenzione. L’autore adotta una visione diretta di un mondo descritto con occhi “rap”, che mirano a denunciare, e non esaltano nulla di quello che incontrano, ma in verità è Poesia che posatasi sulla complessa struttura mentale dell’Autore diventa liquida ed indaga un mondo, e poi un altro ed un altro ancora. Bisogna svuotarsi per riempirsi di vita, bisogna mettere da parte se stessi, per fare della Parola stendardo beat. Il nuovo fiorisce sulla coltre del quotidiano, perché non importa cosa ma come. Il linguaggio poetico è slegato e pare intrecciarsi alle virtù visionarie delle parole. In Ieratico Poietico il flusso di immagini è costante, e come un filo d’Arianna che il lettore man mano lega a sé, in un gioco di specchi in cui la voce narrante è la sua voce, gli occhi guardanti i suoi occhi, le mani toccanti le sue mani, la pelle fremente la sua pelle, e la città non luogo, casa sua. Di casa nostra noi conosciamo ogni millimetro quadrato così come del reale presente qui esposto, non siamo esterni, ma interni, abitanti delle nostalgie delle stanze della mente. Ma nulla è fermo qui. Tutto respira e si fa nervatura umana, pensiero, movimento, riflessione. A proposito di quest’ultimo concetto. Proviamo a riflettere sul “nome e cognome” di questo lavoro che l’Autore ci presenta. (C’è chi disse una volta che il titolo di un libro è la filosofia del libro).Dunque Ieratico ovvero Ieratikòs , dal greco sacerdotale, una forma di scrittura impiegata per conservare sui papiri in primis, una sapienza antica attraverso una forma particolare di linguaggio anch’esso antico , e poi Poietico da poièsi dal greco Póiēsis, creare, che indica l’attività creatrice dello spirito. Ma Ieratico è anche lo sguardo di quelle belle e splendide icone bizantine che non si lasciano guardare ma guardano, con occhi fissi. Fissità in antitesi con creazione. Siamo di fronte ad uno scrivere poetico che trae le sue radici dalle profondità siderali dell’anima, come tutta la Poesia solitamente, ma tale “estrazione” non è “astrazione”, è mediazione perché il poeta si fa strumento. Si fa voce. Voce delle voci. E Si è travolti da quest’onda,ed il lettore beve tutta d’un sorso la Verità di Donno, ovvero questa oscillante meditazione sui moti del vivere che assume carattere universale ma autentico.
Ci sono storie che non devono essere raccontate , e La poesia è tutta una bugia… ma Talvolta/ci si sente ardere/su dei ceppi accesi/e non bastano/ore intere/per scrivere.
E’ vero non basta il tempo. E’ un cerchio questo scrivere che ammette un incipit ma non finali attesi, perché la coscienza della rivelazione è nel viaggio che dall’esterno porta dentro noi stessi.
Irene Leo
P.S: Ringrazio Stefano d’avermi concesso in anteprima la lettura del suo interessante e particolarissimo lavoro.
STEFANO DONNO
ha pubblicato la raccolta di poesie Sturm and Pulp (Lecce, 1998); Edoardo De Candia, considerazioni inattuali (Lecce, 1999); il romanzo Se Hank avesse incontrato Anais (Lecce, 1999); Monologo – + (Copertino, 2001); la raccolta di racconti Sliding Zone (Lecce, 2002); il saggio L’Altro Novecento -giovane letteratura salentina dal 2002 al 2004 (Lecce, 2004). Suoi contributi di prosa e poesia sono presenti in diverse antologie. Ha collaborato con saggi critici a varie riviste. Il blog dell’autore: http://stefanodonno.blogspot.com
IERATICO POIETICO di STEFANO DONNO
Introduzione di Luciano Pagano. Besa Editrice-I poeti del Poet/Bar a cura di Mauro Marino.
ISBN 978-88-497-0526-3, Euro 5,00.
In Uscita in tutte le librerie il 31 marzo.

“Non sono niente. Non sarò mai niente. Non posso volere d’essere niente. A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo “
Ho incontrato Fernando Pessoa sul mio cammino con una sua lirica. E’ bastato leggere i suoi versi per sentirmi catapultata con grande forza magnetica in un mondo indeterminato, da scoprire con insaziabile sete. Una ricchezza di sfumature poetiche di gran pregio. Carattere inquieto, esposto nell’approccio con la sua realtà. Senza dubbio insolito, ma autentico. Gran parte della produzione è postuma. La sua opera completa, in prosa e poesia, è in quindici volumi pubblicati tra il 1942 e il 1978, e comprende scritti di differenti discipline che testimoniano la poliedricità di Pessoa: oltre alla vasta produzione poetica ortonima ed eteronima, scritti di teologia, di occultismo, di filosofia, politica, economia e altre discipline. Fernando Pessoa è nato a Durban nel 1888 e morto a Lisbona nel 1935.Autore dai mille volti e dalle mille voci, coltivò la passione bruciante dell’inventare.Poeta e scrittore dalle mille e una vita, in una sorta di negazione ed affermazione del proprio sè, tra le sue parole tra i suoi tanti “eteronimi”(:Alberto Careiro,Ricardo Reis ,Alvaro de Campos ,Alexander Search,Raphael Baldaja,Bernardo Soares).Manifesta e viva la sua voglia di porsi domande, come momento di crescita.Il dubbio, alla fonte del suo sentire. Eppure in tutta questa frammentazione del proprio io, viene fuori una figura compiuta, con tutto il suo ribollimento interiore.Animo sensibile in perenne ricerca. Una volontà della scoperta alimentata dall’incerto che vela l’esistenza, assaporata con gli occhi di un sognatore, pronto a calarsi nelle pieghe di un mondo, senza “certezza”. O meglio una sorta di inquietudine, di sospensione, di attesa. In un contesto dove è tutto effimero, passa, e nel momento in cui lo si vive, già non esiste più. Un mettersi alla prova costante, in maniera polimorfa. Per avere un’idea di chi abbiamo di fronte immaginiamo di osservare un magnifico quadro Impressionista. Fissando l’attenzione su un solo particolare vedremo solo una macchia di colore, la pennellata corposa e giustapposta ad altre, ed una certa gradazione cromatica. Tutto interessante, ma solo parziale. Un passo indietro. Guardiamo da lontano. Vedremo i passaggi graduali, le pennellate, ma ci apparirà chiaro il disegno, il motivo ed il soggetto. Tornando a noi non si può parlare di una sua sola opera,(della singola pennellata), senza tirare in causa in maniera indissolubile tutte le altre (disegno ed iconografia). Un filo aureo segue il suo sentire frammentato. Dove ogni frammento va interpretato in un’ottica di complementarietà. L’insieme del tutto, ci restituisce in maniera maggiore quella che è la sua personalità artistica. Queste mie parole, non mirano ad essere esplicative totalmente su Pessoa. Sarebbe pericoloso e limitante auspicarselo. Ma l’intento è svelare i motivi di questo mio “innamoramento”, con la speranza di una comune utilità, e con la volontà di accendere in voi la stessa mia curiosità. Un evidente capacità di mettere in dubbio se stesso, il poeta, in modo provocatorio a tratti, per porsi domande in quanto uomo, è lampante: Il poeta è un fingitore./Finge così completamente/che arriva a fingere che è dolore/il dolore che davvero sente./E quanti leggono ciò che scrive,/nel dolore letto sentono proprio/non i due che egli ha provato,/ma solo quello che essi non hanno.(…) Ma l’estrema voglia di mettersi in gioco, ed il saperlo fare con maestria sono doti notevoli ,le stesse che mi hanno portata come lettrice ad approfondire la mia iniziale semplice simpatia,per una figura complessa ma senza dubbio sempre pronta a mille interpretazioni, affascinante anche per questo.
Irene Leo