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L’esordio di Irene Leo: Sudapest

Posted in Articoli, Recensioni, Sudapest con i tag , , , on Novembre 11, 2009 by ireneleo

Si dice che l’incipit conti molto, in un libro. Se è così, quello di “Sudapest” (di Irene LEO; Besa Edizioni – Poet Bar, pgg.60,) è decisamente accattivante : “Corre il tempo su pattini a rotelle, le vedo, sfuggite a qualche mente distratta,stridule di pietra calcarea bianca. Polvere sugli intarsi delle ombre finemente concesse allo sguardo. Scoscesa la veste su anche sottili e dorate di sole, quelle di voci infantili e tiepide, affacciate all’albore della signora vita”.
C’è il Salento, non più luogo della memoria, ma della vita quotidiana: con le sue assenze e il suo accento, che si legge e si ascolta non fra le parole ma fra le immagini e i suoni. C’è il trionfo di una sinestesia prevaricante, perché la Leo non è mai monosensoriale, neppure nelle virgole: i suoni si vedono, le parole si guardano, gli uomini si odorano, i cieli si toccano. Sensuale e terrena, ma con lo sguardo sempre catturato dall’aria, senza distinzione fra prosa e poesia, nel realismo integrale dell’immaginazione. Narrazione povera di fatti ma ricca di eventi, atemporale, perché tutto è sospeso eppure vivente. Personaggi maschili come specchio di un’anima femminile, ovviamente barocca ma senza frivolezze, abituata a cibarsi di pane e poesia fin dall’infanzia.

Dialoghi secchi captati da ricettori ipersensibili nascosti nell’anima, come una spia del tempo e del luogo; embrioni di storie e di ricordi, che un giorno verranno raccontate, quando la scrittura accetterà la banalità del tempo e del luogo; storie per ora solo annunciate, e racchiuse nella sintesi che vuole essere poetica sempre e comunque, senza se e senza ma, anche omettendo di produrre versi, perché è questa l’inclinazione, musicale e fantasiosa, della scrittrice.

“Sudapest” racchiude il germe di storie future , ed è scritto su un pentagramma neppure troppo occultato .“Sonate”, infatti, sono definiti, i capitoli, o i quadri, affidati all’intepretazione della lettura – la Leo scrive per leggere, prima ancora che farsi leggere – che non sarà mai uguale ogni volta che sarà reiterata, come avviene per i pianisti di talento. Provare per credere.

Contrasti. Modalità espressive che da liriche diventano crude, senza passare per la prudenza del preavviso: “Quando apri le ali ancora e ancora, non trovi il mio corpo come nido a sorreggere le tue sottili braccia bianche di luna, né le rose asperse tra profumi di noi, e liquidi di pelle madida di amore a rendere loro vita”. Ma, poco dopo: “Le mie dita, invece, sono già ferite da scheggia di cane, dove mai più sorgerà primavera. Il miracolo non accade..”
L’arte è semplice: dar vita ai pensieri sotto forma di parole. Pensieri, quindi, non meri significati: tinte , sensazioni, deformazioni dell’anima , ultrapercezioni, temperature, rumori . Esprimibili in nessun altro modo che questo. La concatenazione logica che dà luogo al linguaggio arriva dopo, perché i significati sono già catturati nel momento che precede l’atto della scrittura. Scrittura che quindi ne fluisce già depurata e libera dall’ansia di spiegare e raccontare. Scrittura ad alta definizione.
Sessanta pagine sono poche , e sono abbastanza. Poche per mantenere le promesse, abbastanza per renderle ambiziose, e giustificare l’attesa di percorsi più lunghi, lavori più strutturati. In “Sudapest” c’è l’autosufficienza del fatto compiuto, e la scommessa di future imprese. Si giustifica da solo, è scrittura pura, che non cerca compiacenza del lettore, si offre senza compromessi, non evoca similitudini di vita, non parla a chi legge di lui stesso. Non nasce per piacere, bensì per l’impellenza di esistere. Energia che, com’è noto, può stemperarsi solo sulla carta. Un atto di altruismo, dopotutto, oltre che di libertà.

Vincenzo Ciampi

http://www.vincenzociampi.it/

Il verso e la direzione. La Puglia del viaggiar poetico.

Posted in Articoli con i tag , , , on Maggio 27, 2009 by ireneleo

 Provate per un attimo a scindere i pensieri in piccoli tasselli colorati, privi di gravità e di scale di grigio. Ponetevi nel centro della tavolozza che otterrete, ma fatelo piano, molto lentamente nei passi, chè l’equilibrio è una forma senza scheletro che richiede eleganza e delicatezza. La sensazione che fiorirà sui vostri occhi e sul vostro cammino sarà tale da spezzarvi il fiato, vi vedrete nel mezzo di un cosmo luminescente che muta in base a come volgete il profilo della vostra percezione. Ora chiudeteli gli occhi, e restate in silenzio. Avvertirete la polifonia di mille voci, ed un’armonia insolita a tratti spinosa come le ortiche, avvinte ai muretti rizzuti delle vie “de fore”, a tratti carezzevole come papaveri ammantati al grano e alla sua verticalità verso il ceruleo sfarzo del nulla.

Questa è la Puglia.

La “Puglia in versi”. I luoghi della poesia. La poesia dei luoghi, edizioni Gelso Rosso, 2009, a cura di Daniele Maria Pegorari, che Venerdì 22 maggio alle 20.30, Lino Angiuli presenterà al Fondo Verri di Lecce, con gli interventi di Maurizio Nocera, Antonio Errico, Pierluigi Mele, Piero Rapanà, all’interno della rassegna “A maggio le rose, i libri, i segni, la musica”.

Accanto agli autori scelti, per questo viaggio dei luoghi, e mi permetto di dire anche dei non luoghi , nascono prospettive fatte di radici ed altalene, che ogni nome disegna a proprio modo, arricchendo il quadro della poesia …pugliese, quale contesto geografico di riferimento, ma credo anche di poter sostituire all’aggettivazione d’appartenenza tutti quelli che sono luoghi del cuore, per chi volesse farne una metafora più ampia.

La Daunia, la Terra di Bari, il Salento, queste tre sub-regioni vengono raccontate come nel taccuino di un viaggiatore che intento a mirare la bellezza degli scorci e di alcuni dettagli umani, sacri, profani, di terra, di tufo e di mare, ne ferma gli istanti che più gli aggradano le ore, e lo fa con uno strumento preciso, morbido ed affilato, istantaneo e lievitante, indeciso e fiero: la parola. Un itinerario di Poesia che sboccia e si perde e ti ritrova (sì dico a te lettore) fra le sue pagine antiche e moderne, senza l’incidere del tempo, che accarezza ma non occlude le vie che portano al sentimento materno del nido e alla sua contraddizione più verde. C’è il vento delle navigazioni tra queste pagine, e le domeniche paesane, l’odore dell’acetosella, le bandiere degli olivi, e nulla di sbagliato, nessuna moda del momento, solo la volontà di credere che noi siamo i luoghi che ci hanno visto diventare Uomini, nel bene e nel male attraversati da un alone, una trasparenza, o per usare le parole di Comi (ad esempio) da uno “…spirito denso di mistero / che governa la carne ed il pensiero”. 

Irene Leo

Articolo pubblicato su “Il Paese Nuovo” il  21 maggio 2009

Su rarefAZIONI FUTURISTE: Ovvero di poesia e visioni

Posted in Articoli con i tag , , , , , on Marzo 27, 2009 by ireneleo

Su “Il Paese Nuovo” di oggi…

Posted in Articoli, Comunicato, Racconti, Scheggia con i tag , , on Marzo 19, 2009 by ireneleo

…in edicola, il mio racconto dal titolo

 “Paola e Francesca”

Immagine della rete

 

“…Paola aveva negli occhi un velo profondo fatto di punte che schiaccia contro il muro chiunque abbia dentro almeno un po’ di sangue.

Paola la sera rimaneva sino a tardi con la finestra aperta a cercarsi verso l’orizzonte. Le stelle le odiava come si odia chi fregandosene della tua pelle e dei tuoi brividi spogli, continua a brillare impassibile. Lei non era quelle stelle, era nera luna ossidata dal vento e dai pensieri…” - continua  su Il Paese Nuovo

Irene Leo

Su “Il Corsivo” del 28 Febbraio 2009

Posted in Articoli, Comunicato con i tag , on Febbraio 28, 2009 by ireneleo

Il Corsivo

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Settimanale di Informazione

Via Zanardelli 60-73100 Lecce

Direttore responsabile Antonio Corcella

www.ilcorsivo.it

 

 

In questo numero  da pag. 40 a pag. 43 potrete leggere il mio racconto inedito dal titolo “Sola Andata”.

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Ringrazio la redazione Tutta!

Irene Leo

Fottuti dal destino – Doriana Di Giovanni

Posted in Articoli on Febbraio 24, 2009 by ireneleo

  di Irene Leo

 

 Ho fatto un viaggio. Ogni libro lo è. E’ il percorso verso una finestra socchiusa sul mondo del suo autore, e benché se ne dica, c’è sempre parte di chi scrive tra le parole di un libro. Ho visto una donna, forte, arguta, attenta, ma in contraltare dalla grande dolcezza. Questa donna si chiama Ilaria, ed è la protagonista di “Fottuti dal destino”. Potrebbe essere una nostra amica, una sorella, una compagna, ed il suo vissuto si intreccia con il Cuore e le sue leggi. Un Cuore grande, che soffre, si ribella, gioisce ma non molla, ed attira a sé inevitabilmente la vita, nella sua veste più feroce e dannatamente bella. E’ tutto uno sviscerare sensazioni ed emozioni, che nascono nel turbinio di occasioni e restituiscono un senso al dolore, nelle sue forme più diverse. Ilaria vive con Elena la sua compagna, e la felicità sembra essere luminosa nello stare assieme, finché un gioco diventa seria realtà, finché una voce la sorprende alle spalle. Un nuovo amore si presenta inaspettato nell’esistenza di questa donna, ed ha gli occhi di Andrea, variabile capace di scombinare irrimediabilmente tutte le regole ed ogni credo, ogni stabile tassello. Intanto tra le trafile in ospedale Marco, amico medico innamorato di Ilaria la salva oltre il miracolo, nella concretezza di una verità umana unica. E si disegna un altro destino, un addio, una partenza senza ritorno che spezza le ossa ed azzera i pensieri. Ma la ruota degli eventi, questo strano e bizzarro meccanismo gira in maniera così sapiente oltre le coscienze dei più e si annoda a giorni che non tornano, come Andrea che non tornerà mai più, eppure resterà accanto ad Ilaria per sempre, per amore con amore. Uomo incontrato amato vissuto , uomo dalla grande generosità. Ma ogni equilibrio trova modo di riposizionarsi sempre nella sua folle corsa che frega chiunque. Doveva essere solo un pizzicotto… diviene il senso dei giorni per Ilaria, la forza per affrontare la sua malattia, il desiderio di altre albe, la volontà oltre il dolore, le ali, ali d’aquila. Le sue. L’approccio di questa giovane autrice è veloce, fresco, parlato e accompagna il lettore nel suo cammino per questo esordio davvero niente male di Doriana Di Giovanni. Ci auguriamo continui in questo viaggio nella scrittura, con la medesima autenticità di queste pagine, e con la stessa schiettezza, mitigata da una visione dolce delle cose e dei sentimenti. E’ un flusso di pensieri questo che non segue regole ben delineate, ma si inerpica sul duo: causa/effetto, a discapito di qualche limatura o di qualche passaggio a tratti impreciso che tende a rallentare ma non sottrae coraggio alla storia. Il tutto segue una linea temporale non ben definita, in una visione che trabocca della soggettività dell’autrice. In compenso ci lascia un buona sapore, i personaggi sono a sangue caldo, ci tengono le mani, si raccontano senza timore, scoperchiando le loro sicurezze, in virtù del coraggio di vivere.  

Doriana Di Giovanni è nata a Brescia nel 1979. Vive adesso in Toscana sulle colline pisane. Le sue pagine sono un esempio di letteratura sentimentale assolutamente autentica e cristallina. Fottuti dal destino è il suo primo romanzo. http://www.libertaedizioni.net/di_giovanni


La Pace di cui ognuno si contenta.

Posted in Articoli, Dettaglio, Scheggia con i tag , , , on Dicembre 16, 2008 by ireneleo
Pier Paolo Pasolini

Pier Paolo Pasolini

Professore: – “Qualsiasi cosa decida, vada a studiare a Londra, a Parigi! Vada in America, se ha le possibilità. Ma lasci questo Paese. L’Italia è un Paese da distruggere; un posto bello e inutile, destinato a morire.”
Studente : – “Cioè secondo lei tra un poco ci sarà un’apocalisse?”
Professore: -”E magari ci fosse, almeno saremmo tutti costretti a ricostruire. Invece qui rimane tutto immobile, uguale, in mano ai dinosauri. Dia retta, vada via.”
Studente: – “E allora professore perché rimane?”
Professore: – “Come perché? Mio caro, Io sono uno dei dinosauri da distruggere!”

(La meglio Gioventù-Tullio Giordana.1993)

“Un posto bello…destinato a morire”. Mi dà il brivido questa frase, mentre un film scorre sulla superficie lucida di uno schermo ultrasottile, come lo spessore degli ideali e della voglia di cambiamento di questa realtà. La pelle trasale, governata dall’istinto animalesco, che sembra dire” va’ via”, “Scappa”! L’impulso è forte e si inerpica sulle gambe fin dentro la pancia, e comincia a pulsare. Il battito accelera. Un’apocalisse sarebbe l’eccelsa vittoria nella sconfitta, perché ciò che uccide veramente è lo stato limbico delle cose, la sospensione indetta dalla regola di mercato, il volenteroso sforzo da parte dei più, che nulla cambi. Fa male a quei pochi con i cuscini di velluto a parare loro le cadute, una qualsiasi ipotesi di cambiamento. Cambiare direzione vorrebbe dire fare il nostro gioco, il gioco di chi vorrebbe far mutare il mondo, o meglio chiedere le dimissioni da questo ed il trasferimento presso una dimensione che considera la persona in base ai suoi titoli morali e meritocratici innanzitutto. Ma tutto parte da lontano. La crisi è cominciata anni fa, risale alla prima volta in cui un uomo vedendone cadere un altro in disgrazia, gli ha sparato alle spalle, la crisi è sempre stata virus latente in un società che non ammette diversità, ma si nutre di omologazione e sorrisi di plastica che investono le minoranze di sana pianta vitale. Era già crisi, quando abbiamo alzato un sasso contro un disabile per strada, ucciso sotto le bombe un nostro pari, era crisi il pianto di un bambino buttato sul marciapiede a morire, la disfatta dei nostri problemi fattasi distruzione di strade cassonetti scuole auto era già crisi, era crisi il rumore dello stadio la domenica, mentre qualcuno moriva così per caso in un gioco diventato amaro e troppo serio, era crisi ammettere che non esistono problemi che chi si “fa” è un perdente e va’ lasciato solo e senza speranze, era crisi considerare il corpo di una donna un buon modo per attirare l’attenzione nella vendita di un prodotto pubblicitario, era crisi sentire le bestemmie di chi si fa a pezzi per un parcheggio, o quando l’auto di qualcuno non si ferma a soccorrere un essere umano appena investito, o rubare l’innocenza ad un bambino con il movente di un’infermità mentale che salverà gli anni e le colpe. Era crisi. Era già crisi vedere che basta così poco per spegnere una vita, che basta un nonnulla per mettere fine a quella degli altri….
Era già crisi quando abbiamo imparato ad essere così pieni di pochezza e così troppo figli d’un arredamento vista mare, ostentato come l’orologio d’oro sul polsino la domenica a messa, belle facce piene di sporcizia sotto il colletto, dinnanzi ad un Dio troppo stanco.
Ma è vero, è un posto così inutile questa nostra valle di lacrime, che ha acceso la spia rossa, solo quando la crisi è divenuta economica, anteponendo ancora una volta questa ai problemi di fondo, quelli che vanno ben oltre il conto corrente. Possibile mi chiedo, siamo stati così stupidi da non capirlo, non capire che tutto il male che è in questo presente, è precedente a tutti i crolli di tutte le borse, è ben più grave e più profondo, è ben più sofferente questo male, che ha gli occhi di una donna che ho visto in piazza sere addietro, non aveva le scarpe mentre pioveva e faceva freddo. Un uomo le ha allungato 5 euro nel cappello, dandole il colpo di grazia, consegnandole in mano ai suoi aguzzini, a noi perbenisti dal cappotto lungo e griffato, professionisti del buon costume e delle pessime abitudini. Un altro però le si è avvicinato con il suo ombrello, offrendole riparo. Eccola la differenza, sfuggita alla consuetudine, un briciolo di umanità concreta. Ma è ancora attuabile? I miei pensieri eccoli anch’essi, intrecciarsi alle gocce di una pioggia che sporca le finestra chiusa, ed il fermo immagine del film di Giordana, “La meglio gioventù” di pasoliniana memoria. Lo rivedo ancora per la seconda volta. Non lo so, forse me ne andrò via anche io. Tempo addietro lo scrissi, e brillò in prima pagina nazionale su “La Gazzetta del Mezzogiorno” di Pasqua (un segno nel segno) che mai avrei abbandonato il campo volendo distruggere quei “dinosauri”. Ora mi rendo conto che la questione non è la distruzione in sé del male, ma va eliminata la causa di tale bruttura, di tale incastro, di tale mancanza….di un presente che non lo ammette un futuro. Per nessuno. Bisogna solo avere il coraggio e la coscienza oggettiva per gridarlo forte, che siamo nello scatola di una scommettitore che fa di noi le sue carte da gioco, il viscido sistema che ha permesso tutto questo. La speranza è divenuta rabbia.
Un giorno forse neanche tanto lontano, mi metterò un impermeabile addosso, una sciarpa alta, un paio di stivali comodi, e me ne andrò lontano anche io…ma prima l’avrò fatto:avrò contribuito alla morte del mio paese. E forse questo bisogna auspicarsi una morte indolore, una guerra interna alle cose. Bramare una fine, in attesa di un giorno nuovo, di un altro inizio.

“Nel quartiere borghese c’è la pace di cui ognuno dentro si contenta, anche vilmente, e di cui vorrebbe piena di ogni sera l’esistenza.” (Pier Paolo Pasolini)

Irene Leo

(Pubblicato su “Il Paese nuovo” del 18 dicembre 2008)

Omega Poetico

Posted in Articoli, Scheggia con i tag , , on Dicembre 2, 2008 by ireneleo

Ho qui sullo stomaco una sorta di anello di metallo, che stringe, stringe forte. Mi serve per tenermi dentro i pensieri e le parole che potrebbero scagliarsi contro enormi muri di gomma, in maniera spaventosa, storpiandoli. Mi sto spogliando di veli e rime, mi sto spogliando di ogni orpello, e di maschere mai avute, fino all’osso, alla polpa interna del mio sentire che brucia forte a volte, e non c’è digestivo che tenga. No non c’è. C’è così tanto oro attorno e suppellettili di avorio di ferro di legno pregiato, che quasi si dilegua poi il volto reale delle cose, dietro magnifiche ombre barocche. Mi stride forte nelle orecchie, è una nota diesis fuori controllo che le armonie non le conosce affatto, o quantomeno finge di conoscerle. E’ una musica densa ed inquinante come il petrolio questa che vorrebbe vestirsi di sinfonia. Soffoco, soffoco nel cuscino di una radice che vorrebbe mettermi all’angolo, ma nei miei limiti sono assoluta, tremendamente, e combatto contro mulini a vento che non mutano di direzione. Sono così piccola quaggiù, nelle mani mi porto l’indispensabile, uno stralcio di verità, che probabilmente a nessuno può interessare. Troppo semplice la mia dinamica del gioco all’apparenza, perchè io non gioco, non ho mai giocato con le anime che ci credono nel viaggio, non l’ho mai fatto. Ma accade, accade ancora che tutto l’amore venga visto come un qualcosa che altri additano con occhi sporchi. Ho sempre solo amato, non ho mai odiato nessuno, nemmeno chi mi ha spezzato deliberatamente. Ma ho visto cose tremende che non potrei descrivere, ho visto tanta finzione voluta e senza buona fede, fino a che non mi sono imbattuta in una rivelazione. La mia stanchezza o inerzia, stanchezza del mondo, di questo business che brucia i colori delle cose, e che appella col nome di Poesia cento cose buttate là che fanno quantità di pagine.
Ho avuto la mia rivelazione, ma non salvifica stavolta bensì maligna e crudele, mentre il sole mi brillava nelle orecchie ed il silenzio era intorbidito da un gallo fuori tempo che cantava per tre volte.
Nessuna smentita.
Non volevo, non volevo affatto aprire gli occhi, poi è avvenuto, e la farfalla si è lasciata morire sugli scogli.
Ora lo so, so che Poesia è morta. L’ho vista piangere in un alba rossa di fuoco, mentre declinava il capo avvilita. Pochi prescelti ascoltano la sua verità e la portano in braccio, altri ne fanno triste bandiera. Ora che anche io sono un po’ morta con lei, chiedo di rinascere bruco, per andare a cercarla nei luoghi più bassi, nel carbone più nero dei semplici, tra le carte gialle di una dimenticanza, o negli scaffali di una mensola buia, nella coerenza di chi non ha mezzi termini, e nelle parole più spigolose e graffiate. Nel boccaccetto del sale unto di olio, e di vita, tra le calze distrutte di un uomo, che ha messo le sue scarpe al sole nei pressi della strada più ricca, nella pioggia, sì nella piogga acida di una vendetta di madre, nel buio che avvolge tra le lenzuola il sonno la notte, respirandosi addosso. Sarò così in basso, che sotto di me sentirò solo l’inferno, incalzare, sarò così strisciante che le mie costole saranno orizzonti a metà, si la cercherò in tutti gli angoli disprezzati. Lascerò ad altri il gusto del volo e la sua leggiadra bellezza vacante. La seguirò ovunque mi chiamerà…seguirò solo la sua voce.
Non fermatemi.
Sto cercandomi.
Sto cercandola.
Non fermatela.
E’ solo Poesia, ma ben presto tornerà ancora, e si farà carne. La vedo, la vedo quasi che “si torce al riflesso di un miraggio /insegna la favola più antica”.

Irene Leo

Pubblicato su “Il Paese Nuovo” del 4 dicembre 2008

Quando Poesia sorride. Scripta.

Posted in Articoli con i tag , , on Ottobre 24, 2008 by ireneleo

La Poesia è una cosa cattiva, ribelle. Sì è un concetto bisbigliante che ti leva le vesti e le stende sotto gli occhi di tutti. E tutti le guardano le esaminano le toccano con le loro manine indenni. Ti rimane nel naso come il pepe, e punge come l’apice ad arco acuto di un ramo di more. E’ cosa deplorevole, ma capita di  trovarsi tra ascella e cuore come un piccolo buco che giunge al cardio, che Ella conosce strade dirette, senza passare per il cervello. Fa fesso pure quello.  Per questo è altamente pericolosa, non è un gioco per tutti, ed il rischio è feroce e morde, come un gatto nero la domenica mattina, che tu devi fermarti non puoi andare oltre sennò rischi da tre a sette anni senza condizionanti fattori. Esistono due tipi di Poesia, una di tipo orale e scritta. Entrambe altamente virali. La prima prolifica in ambienti ristretti solitamente poco frequentati, si riproduce per editoria o reading selvatico. Non si conosce il nome della possibile cura omeopatica, per il rifiuto netto dei medici visionari, infettati di parole e recensioni, di volerla inscatolare (per fortuna obiettano). La seconda specie nella versione scritta, si avviluppa sulla pelle, tra i pori, per puro contatto e si infila lenta sotto la lingua e si mette a battere dove il dente duole ….
Ma quelli che  la Poesia, la amano sono dei disubbidienti, si spezzano, si mostrano senza velo, si incidono  a caldo il senso del loro vivere, e si giocano la faccia, le orecchie, gli occhi, il cuore, e si levano le scarpe e camminano sul sussulto della terra, e si raccontano di donne a volte, dei graffi e la loro malattia e proporzionata alla gioia che gli scava dentro gallerie, come l’amaro, dove si annidano forti terremoti che uccidono e rinnovano, scavicchiando lentamente con versi diversamente puntuti.
Ho qui dentro gli occhi, gli altrui occhi dell’ascolto, e sull’orecchio sinistro un fascio di luce che scaldava il mio passo, e la gola piccola piccola gonfiava di aria e di anice e cannella, rubata al boccaccio di vetro di Marthia, e sotto il tallone un libro di Margherita che mi teneva le mani roteando con me su voci amiche.
C’era come nell’aria la sottile scienza dello spazio fatto dimensione nuova, navigava tra i  volumi polverosi come il vento estivo tra i tufi solitari e fieri sulla terra.
Chè La Poesia ti arriva alle spalle quando meno te l’aspetti ed è fatta di mani occhi voce persone…sorrisi, sogni appesi al filo con le mollette del bucato, o si disegna sul biglietto dell’autobus attorno al buco dell’obliteratrice, ed Ella fa sì che poi ci si incontri nei voli, radenti lo stesso oceano. Ho incontrato Marthia Carrozzo e la sua forte energia, esoterica a tratti e trascinante del fare Poesia alla scorsa Biennale dei giovani artisti di Bari. Ed è stato poi un ritrovarci, un rincorrerci quasi sino al suo rendermi partecipe e partecipante di Scripta e dei Graffi di donne che dicono di donne. Parole della Ruggeri vestite del mio fiato, e parole di altre donne. Io, lei, la cara Margherita Macrì e la sua grinta poetica mal celata sulla soglia di un sorriso di occhi, dolce. Ho provato un sussulto, una scarica forte adrenalinica e vitale…. Una visione di insieme particolare e sospesa, mentre la sala lettura della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini” di Lecce nella serata del 15 ottobre 2008 allargava le braccia a tutto  contenere.
E poi un soffio sulla candela a salutare il pubblico, con l’invito a ritrovarci all’appuntamento prossimo di “Terrae” con i versi di Nicola Verderame i miei e con Marthia il 29 ottobre stesso posto stessa ora. E poi l’abbraccio con Elisabetta Liguori presente, a mani strette ed occhi attenti, incontrata dopo tanto parlare internettiano. E gli amici, e tutti, e molti…

Chè la Poesia si nasconde  a fatica nelle pieghe delle mani, e quando può si affama e divora il mondo con la nostra voce.
Vedrai…

Irene Leo

Pubblicato su “Il Paese Nuovo” del 17 ottobre 2008

Puoi leggere questo pezzo sul blog ufficiale di SCRIPTA, dei modi dello scrivere e del dir poesia.

L’anti-favola del Sud

Posted in Articoli, Letterature&Recensioni con i tag , , , , on Ottobre 5, 2008 by ireneleo

Cliccando QUI trovate la mia recensione about “Il paese delle spose infelici” di Mario Desiati (pubblicata su “Il Paese nuovo” di giovedì 2 ottobre 2008.)

Buona lettura!

Irene Leo