
La Poesia è una cosa cattiva, ribelle. Sì è un concetto bisbigliante che ti leva le vesti e le stende sotto gli occhi di tutti. E tutti le guardano le esaminano le toccano con le loro manine indenni. Ti rimane nel naso come il pepe, e punge come l’apice ad arco acuto di un ramo di more. E’ cosa deplorevole, ma capita di trovarsi tra ascella e cuore come un piccolo buco che giunge al cardio, che Ella conosce strade dirette, senza passare per il cervello. Fa fesso pure quello. Per questo è altamente pericolosa, non è un gioco per tutti, ed il rischio è feroce e morde, come un gatto nero la domenica mattina, che tu devi fermarti non puoi andare oltre sennò rischi da tre a sette anni senza condizionanti fattori. Esistono due tipi di Poesia, una di tipo orale e scritta. Entrambe altamente virali. La prima prolifica in ambienti ristretti solitamente poco frequentati, si riproduce per editoria o reading selvatico. Non si conosce il nome della possibile cura omeopatica, per il rifiuto netto dei medici visionari, infettati di parole e recensioni, di volerla inscatolare (per fortuna obiettano). La seconda specie nella versione scritta, si avviluppa sulla pelle, tra i pori, per puro contatto e si infila lenta sotto la lingua e si mette a battere dove il dente duole ….
Ma quelli che la Poesia, la amano sono dei disubbidienti, si spezzano, si mostrano senza velo, si incidono a caldo il senso del loro vivere, e si giocano la faccia, le orecchie, gli occhi, il cuore, e si levano le scarpe e camminano sul sussulto della terra, e si raccontano di donne a volte, dei graffi e la loro malattia e proporzionata alla gioia che gli scava dentro gallerie, come l’amaro, dove si annidano forti terremoti che uccidono e rinnovano, scavicchiando lentamente con versi diversamente puntuti.
Ho qui dentro gli occhi, gli altrui occhi dell’ascolto, e sull’orecchio sinistro un fascio di luce che scaldava il mio passo, e la gola piccola piccola gonfiava di aria e di anice e cannella, rubata al boccaccio di vetro di Marthia, e sotto il tallone un libro di Margherita che mi teneva le mani roteando con me su voci amiche.
C’era come nell’aria la sottile scienza dello spazio fatto dimensione nuova, navigava tra i volumi polverosi come il vento estivo tra i tufi solitari e fieri sulla terra.
Chè La Poesia ti arriva alle spalle quando meno te l’aspetti ed è fatta di mani occhi voce persone…sorrisi, sogni appesi al filo con le mollette del bucato, o si disegna sul biglietto dell’autobus attorno al buco dell’obliteratrice, ed Ella fa sì che poi ci si incontri nei voli, radenti lo stesso oceano. Ho incontrato Marthia Carrozzo e la sua forte energia, esoterica a tratti e trascinante del fare Poesia alla scorsa Biennale dei giovani artisti di Bari. Ed è stato poi un ritrovarci, un rincorrerci quasi sino al suo rendermi partecipe e partecipante di Scripta e dei Graffi di donne che dicono di donne. Parole della Ruggeri vestite del mio fiato, e parole di altre donne. Io, lei, la cara Margherita Macrì e la sua grinta poetica mal celata sulla soglia di un sorriso di occhi, dolce. Ho provato un sussulto, una scarica forte adrenalinica e vitale…. Una visione di insieme particolare e sospesa, mentre la sala lettura della Biblioteca Provinciale “N. Bernardini” di Lecce nella serata del 15 ottobre 2008 allargava le braccia a tutto contenere.
E poi un soffio sulla candela a salutare il pubblico, con l’invito a ritrovarci all’appuntamento prossimo di “Terrae” con i versi di Nicola Verderame i miei e con Marthia il 29 ottobre stesso posto stessa ora. E poi l’abbraccio con Elisabetta Liguori presente, a mani strette ed occhi attenti, incontrata dopo tanto parlare internettiano. E gli amici, e tutti, e molti…
Chè la Poesia si nasconde a fatica nelle pieghe delle mani, e quando può si affama e divora il mondo con la nostra voce.
Vedrai…
Irene Leo
Pubblicato su “Il Paese Nuovo” del 17 ottobre 2008
Puoi leggere questo pezzo sul blog ufficiale di SCRIPTA, dei modi dello scrivere e del dir poesia.