
Primi giorni di quasi estate. Ovvero sbalzi di pioggia e sole, e lampi e sereno che ti traghettano via i pensieri che ti sommuovono dentro attimi e sensazioni, in una maniera che qualcuno definirebbe limbica che a tratti ti da aria a tratti ti soffoca. Un inno alla meteoropatia insomma che ha bisogno di tramutarsi in una condivisione fatta poesia, dal verso ambiguo e colorito per ridare all’anima il senso dell’equilibrio, o che deve diventare una foto screziata di colore e B/N attraverso l’uso di uno di quei programmini appositi. Ed allora l’automatismo dei gesti ti porta a prendere l’alimentatore del tuo notebook, a cliccare sul pulsantino d’accensione. Ed attendi attenta, che la corrente che ti attraversa si dipani allegra tra i pulsanti appena spolverati della tastiera, e che la connessione wireless ti sorrida lieta. Il passo è stato da giganti. Pensateci. Abbiamo quel “tutto” attorno a noi, che ci spiana la strada e rende la corsa dei desideri assolutamente facile. Ma non oggi, non in questa mia giornata. In cui l’ultimo fulmine, letteralmente a ciel sereno, ha deciso di uccidere la linea telefonica, il pc e forse qualche lampadina (diciamo che non sono stata là a contare le vittime, non amo i numeri, mai amati. Avversione matematica di una irrazionale, io.) Ma niente da fare, la razionalità non ne vuole sapere delle parole del tecnico (esperto?) che ti consiglia, oltre che di comprarti una scorta mega di lampadine, di attendere il ripristino della linea, dei cavi -tranciati, ma da chi poi?- e di comprarti un pc nuovo. Che dire una mente brillante che della diplomazia se ne infischia. Ma come? Io uso la rete, io navigo, io scrivo in rete, ho le mie e-mails in rete, ho il mio blog in rete, e poi aspettavo alcune risposte lavorative dalla rete, e dovevo dare delle risposte, e dovevo leggere ed editare alcuni racconti in rete, e poi… avevo i miei files sul pc, le foto per un’eventuale mostra, le mie poesie….no le mie poesie, andate in fumo! Il mio “Sudapest” racconto da riprendere, proprio oggi che la bellezza violenta del temporale mi aveva ispirato! Diamine! Proprio oggi no! Con una dose di apparentemente fredda pazienza, ripongo il pc portatile, riavvolgo il cavo d’alimentazione, oltre che la cornetta del mio telefono, morente su una non linea telefonica, che rende irrimediabilmente compromessa la mia connessione con l’altrui mondo.
Accosto la finestra della mia stanza che da su una collina piena, e mi butto sul letto a testa in giù verso il cielo, guardo il cielo. (Ho bisogno di aria. ) Ha un che di strano mi sembra addirittura bella la mia collina, per quelle sterpaglie gialle ed irregolari che mi auguro non trasformino il mio orizzonte in rogo alla prima sigaretta o alla prima forte calura, e quegli ulivi sgangherati e storti poi li sento amici. L’odore della pioggia è forte, si avverte nauseabondo, per me che sono figlia dei 30° gradi secchi dell’estate, benché nata in pieno autunno, per l’esattezza nel mese dei morti. Ma mi invita quell’odore ad acuire i sensi, a fissarmi dentro, riflessa nel vetro unto d’acqua e sabbia rossa. Si alza un vento direi straordinario, vista la placidità del cielo, che irrompe e mi penetra gli occhi, e spalanca senza mezze misure la finestra. I fogli malriposti sulla scrivania scivolano via, un pesante libro di poesie mi cade quasi addosso (è vero quando si dice che la poesia uccide, ci sono andata vicina stavolta). Un cataclisma sembra essersi impadronito del mio spazio vitale. Una rivoluzione poetica, metafisica, metà no, mentale, un riassettarsi di pensieri, a cui forse non facevo prender aria da tempo. Raccolgo i fogli sul pavimento, mentre il mio cane ha deciso di attingere al mio stesso nutrimento, ha deciso di masticare i miei fogli di poesia, poco più di fogli di block notes bianchi, con su la mia calligrafia incomprensibile e stenografata…i miei versi. Sta masticando e mangiando ciò che resta delle mie parole. Inutile farsi prendere dai cinque minuti (che poi conoscendomi, sarebbero dieci, e poi quindici…). Ho sempre guardato alla mia poesia, come si guarderebbe ad un figlio. Una volta cresciuto (una volta che il pensiero poetico diviene concreto, scritto, e condiviso) bisogna lasciargli spazio e modo, bisogna lasciarlo andare per il mondo, i figlio ed il verso. Tanto poi la Poesia più bella, è quella ancora non scritta. Dunque se destino ha voluto che il mio cane dal pelo candido, se ne nutrisse, così sia. La vita continua. (Quando la volpe non arriva a…).
Riassetto un po’, prendo una penna, un quadernetto dalla copertina rossa. E mi do ad un’arte desueta, la scrittura manuale. Avevo quasi scordato il fascino del solco sulla carta, che a passarci i polpastrelli avverti il brivido della tensione emotiva. O l’inchiostro che ti unge le mani, ed a volte il viso. Sono solo pochi versi, eppure sanno di buono, di umanità antica. Sono nata a cavallo degli albori della generazione informatizzata, ma io me li ricordo gli anni 80. I cellulari erano rari quanto costosi, ed era a dir poco preoccupante sentirsi dire: “ti do un colpo di telefono”, vista la mole stile mattone. Anche i computer, erano per lo più embrioni molto semplici e poco diffusi, e diversamente accessibili, ma non per tutti. (Tu che leggi perdona questo flash back. Ma è inevitabile per una riflessione completa, e seriamente lucida.) Eppure sopravvivrò io anche oggi, come allora. Oggi che invece di utilizzare la mia mega compatta, da non so quanti megapixel, per scattare foto, ho deciso di dipingere, di sporcarmi le dita, il viso ed i capelli. E’ sensazione sublime. Abbiamo creato, inventato, abbiamo informatizzato, diffuso la tecnologia, ma poi basta un temporale per distruggere tutto, per bloccare l’evoluzione.
Per fortuna.
Noi umani abbiamo avuto il coraggio di trasmettere alle nostre creazioni robotiche e alle tecnologie, il gene dell’imperfezione. Abbiamo infuso alle “macchine” un limite temporale, e le abbiamo umanizzate inconsciamente forse per non dimenticare le radici, il profumo della terra, a sporcarci le mani ancora di inchiostro, per sentire ed abbracciare una persona realmente, oltre uno schermo. Perché la virtù è nel mezzo. La virtù è nell’uso intelligente (quali figli del nostro tempo)ad esempio di internet che unisce, che è democrazia d’espressione, incontro di anime lontane, ed è anche nell’azzurro di un cielo che diventa temporale che distrugge per ricreare, che ti invita a guardare anche fuori oltre che dentro il tuo io.
I limiti sono la chiara dimostrazione che la bellezza è una cosa impura, senza parametri fissi, così come la Poesia.
Oh, ma guarda, mi hanno ripristinato la linea telefonica, e magari anche il pc è riparabile, e tutto non è andato perduto. Ma non ora, non mi interessa saperlo ora. Più tardi sì.
Ho da terminare un quadro adesso, prima che le dita sporche di colore ad olio si asciughino, e che la luce faccia cambiare colore ai miei pensieri.
( Articolo pubblicato su “Il Paese Nuovo” del 13-06-2008 )