Archivio per Giugno, 2008

Manifesto folle_mente Poetico

Posted in Poesia, Scheggia con i tag , on Giugno 30, 2008 by ireneleo

Immagine proveniente dalla rete, pertanto di dominio pubblico. Per ogni eventuale violazione, scrivete.

Se bevessi solo lo zucchero un giorno

e lasciassi scolare lento lento

questo nero di caffè che mordicchia le caviglie,

forse la scoprirei l’importanza dei miei pensieri folli.

Cani storditi dal sole e dall’ombra di agosto, che ti inganna

gli occhi, spillandoli ad uno ad uno sulla calce viva e morta,

della storia disegnata nella periferia del centro.

Un cucchiaino sulle labbra, chè la lingua batte

dove il dente vuole, e nel dentro della pelle

l’uomo del tg che ti detta la regola preposta.

Ormai lo vendono il pane, agli affamati,

o l’acqua agli assettati (per carenza di altruismo, scaduto

sullo scaffale là in alto).

Ma la tramontana ansimante in faccia al litorale stravaccato,

e l’occhio che rotola sulle sponde dei fianchi dell’Amore,

e la fiamma dannata di sfida del debole di vita…

no, non questo è in vendita.

(Uno lo scelse di venire al mondo, libero,

strappandosi scarpe e violini, si dice in giro si mangiarano

la sua fede, buona, con il latte a colazione, per presunzione.)

Ma per ipotesi a latere,

se però catena debba essere, sia la migliore, di scelta ottima, di constatazione amichevole,

di storia reale, amara di sale, concreta di sangue, dolce di sole, imbevuta di vita.

Se catena debba essere, sia Poesia.

Irene Leo

Credendo vides.

Posted in Scheggia con i tag on Giugno 20, 2008 by ireneleo

Immagine prelevata dalla rete, pertanto di dominio pubblico. Se siamo incorsi involontariamente in qualche violazione, scrivete e sarà rimossa. Tanx!

Se vostro figlio vuole fare lo scrittore o il poeta sconsigliatelo fermamente.
Se continua minacciatelo di diseredarlo.
Oltre queste prove, se resiste,
cominciate a ringraziare Dio di avervi dato un figlio ispirato, diverso dagli altri.

Grazia Deledda

Il giornale che non c’è.

Posted in Scheggia con i tag , on Giugno 17, 2008 by ireneleo

Ho scritto per un giornale che ora non c’è. Il Paese Nuovo, quotidiano salentino, è…come dire, passato a miglior vita. Ne ho letto il triste annuncio su  blog amico (QUI), e poi rincorso la notizia su un altro blog che frequento (QUI).

Non entro nel merito del perchè e del per come, sia accaduto. Succede, forse è inevitabile in una terra in cui le sorprese hanno un doppio volto, benevolo e nero.

Posso solo ringraziare i miei compagni di Viaggio: Mauro Marino, che mi invitò tempo addietro a collaborare con le mie sgangherate parole, con le mie scritture umorali, e le mie visioni onoriche della realtà. Luciano Pagano, Vito Antonio Conte, Elisabetta Liguori e tutto il cucuzzaro. Amaramente depongo qui questo post “lapideo”, ma mi fermo ad aspettare sulla soglia. Sperando in una risurrezione il terzo giorno, e nel mentre rilancio: scriviamo ancora, scriviamo assieme amici miei, inventiamoci l’ininventabile, orsù “fate fogli di poesia Poeti”!

Irene Leo

L’umanità del megabite: poesia dell’imperfezione.

Posted in Articoli con i tag , , , , on Giugno 17, 2008 by ireneleo
Immagine reperita nella rete, pertanto di dominio pubblico. Se siamo tuttavia incorsi in qualche violazione, scrivete e sarà rimossa.
Primi giorni di quasi estate. Ovvero sbalzi di pioggia e sole, e lampi e sereno che ti traghettano via i pensieri che ti sommuovono dentro attimi e sensazioni, in una maniera che qualcuno definirebbe limbica che a tratti ti da aria a tratti ti soffoca. Un inno alla meteoropatia insomma che ha bisogno di tramutarsi in una condivisione fatta poesia, dal verso ambiguo e colorito per ridare all’anima il senso dell’equilibrio, o che deve diventare una foto screziata di colore e B/N attraverso l’uso di uno di quei programmini appositi. Ed allora l’automatismo dei gesti ti porta a prendere l’alimentatore del tuo notebook, a cliccare sul pulsantino d’accensione. Ed attendi attenta, che la corrente che ti attraversa si dipani allegra tra i pulsanti appena spolverati della tastiera, e che la connessione wireless ti sorrida lieta. Il passo è stato da giganti. Pensateci. Abbiamo quel “tutto” attorno a noi, che ci spiana la strada e rende la corsa dei desideri assolutamente facile. Ma non oggi, non in questa mia giornata. In cui l’ultimo fulmine, letteralmente a ciel sereno, ha deciso di uccidere la linea telefonica, il pc e forse qualche lampadina (diciamo che non sono stata là a contare le vittime, non amo i numeri, mai amati. Avversione matematica di una irrazionale, io.) Ma niente da fare, la razionalità non ne vuole sapere delle parole del tecnico (esperto?) che ti consiglia, oltre che di comprarti una scorta mega di lampadine, di attendere il ripristino della linea, dei cavi -tranciati, ma da chi poi?- e di comprarti un pc nuovo. Che dire una mente brillante che della diplomazia se ne infischia. Ma come? Io uso la rete, io navigo, io scrivo in rete, ho le mie e-mails in rete, ho il mio blog in rete, e poi aspettavo alcune risposte lavorative dalla rete, e dovevo dare delle risposte, e dovevo leggere ed editare alcuni racconti in rete, e poi… avevo i miei files sul pc, le foto per un’eventuale mostra, le mie poesie….no le mie poesie, andate in fumo! Il mio “Sudapest” racconto da riprendere, proprio oggi che la bellezza violenta del temporale mi aveva ispirato! Diamine! Proprio oggi no! Con una dose di apparentemente fredda pazienza, ripongo il pc portatile, riavvolgo il cavo d’alimentazione, oltre che la cornetta del mio telefono, morente su una non linea telefonica, che rende irrimediabilmente compromessa la mia connessione con l’altrui mondo.

Accosto la finestra della mia stanza che da su una collina piena, e mi butto sul letto a testa in giù verso il cielo, guardo il cielo. (Ho bisogno di aria. ) Ha un che di strano mi sembra addirittura bella la mia collina, per quelle sterpaglie gialle ed irregolari che mi auguro non trasformino il mio orizzonte in rogo alla prima sigaretta o alla prima forte calura, e quegli ulivi sgangherati e storti poi li sento amici. L’odore della pioggia è forte, si avverte nauseabondo, per me che sono figlia dei 30° gradi secchi dell’estate, benché nata in pieno autunno, per l’esattezza nel mese dei morti. Ma mi invita quell’odore ad acuire i sensi, a fissarmi dentro, riflessa nel vetro unto d’acqua e sabbia rossa. Si alza un vento direi straordinario, vista la placidità del cielo, che irrompe e mi penetra gli occhi, e spalanca senza mezze misure la finestra. I fogli malriposti sulla scrivania scivolano via, un pesante libro di poesie mi cade quasi addosso (è vero quando si dice che la poesia uccide, ci sono andata vicina stavolta). Un cataclisma sembra essersi impadronito del mio spazio vitale. Una rivoluzione poetica, metafisica, metà no, mentale, un riassettarsi di pensieri, a cui forse non facevo prender aria da tempo. Raccolgo i fogli sul pavimento, mentre il mio cane ha deciso di attingere al mio stesso nutrimento, ha deciso di masticare i miei fogli di poesia, poco più di fogli di block notes bianchi, con su la mia calligrafia incomprensibile e stenografata…i miei versi. Sta masticando e mangiando ciò che resta delle mie parole. Inutile farsi prendere dai cinque minuti (che poi conoscendomi, sarebbero dieci, e poi quindici…). Ho sempre guardato alla mia poesia, come si guarderebbe ad un figlio. Una volta cresciuto (una volta che il pensiero poetico diviene concreto, scritto, e condiviso) bisogna lasciargli spazio e modo, bisogna lasciarlo andare per il mondo, i figlio ed il verso. Tanto poi la Poesia più bella, è quella ancora non scritta. Dunque se destino ha voluto che il mio cane dal pelo candido, se ne nutrisse, così sia. La vita continua. (Quando la volpe non arriva a…).

Riassetto un po’, prendo una penna, un quadernetto dalla copertina rossa. E mi do ad un’arte desueta, la scrittura manuale. Avevo quasi scordato il fascino del solco sulla carta, che a passarci i polpastrelli avverti il brivido della tensione emotiva. O l’inchiostro che ti unge le mani, ed a volte il viso. Sono solo pochi versi, eppure sanno di buono, di umanità antica. Sono nata a cavallo degli albori della generazione informatizzata, ma io me li ricordo gli anni 80. I cellulari erano rari quanto costosi, ed era a dir poco preoccupante sentirsi dire: “ti do un colpo di telefono”, vista la mole stile mattone. Anche i computer, erano per lo più embrioni molto semplici e poco diffusi, e diversamente accessibili, ma non per tutti. (Tu che leggi perdona questo flash back. Ma è inevitabile per una riflessione completa, e seriamente lucida.) Eppure sopravvivrò io anche oggi, come allora. Oggi che invece di utilizzare la mia mega compatta, da non so quanti megapixel, per scattare foto, ho deciso di dipingere, di sporcarmi le dita, il viso ed i capelli. E’ sensazione sublime. Abbiamo creato, inventato, abbiamo informatizzato, diffuso la tecnologia, ma poi basta un temporale per distruggere tutto, per bloccare l’evoluzione.

Per fortuna.

Noi umani abbiamo avuto il coraggio di trasmettere alle nostre creazioni robotiche e alle tecnologie, il gene dell’imperfezione. Abbiamo infuso alle “macchine” un limite temporale, e le abbiamo umanizzate inconsciamente forse per non dimenticare le radici, il profumo della terra, a sporcarci le mani ancora di inchiostro, per sentire ed abbracciare una persona realmente, oltre uno schermo. Perché la virtù è nel mezzo. La virtù è nell’uso intelligente (quali figli del nostro tempo)ad esempio di internet che unisce, che è democrazia d’espressione, incontro di anime lontane, ed è anche nell’azzurro di un cielo che diventa temporale che distrugge per ricreare, che ti invita a guardare anche fuori oltre che dentro il tuo io.

I limiti sono la chiara dimostrazione che la bellezza è una cosa impura, senza parametri fissi, così come la Poesia.

Oh, ma guarda, mi hanno ripristinato la linea telefonica, e magari anche il pc è riparabile, e tutto non è andato perduto. Ma non ora, non mi interessa saperlo ora. Più tardi sì.

Ho da terminare un quadro adesso, prima che le dita sporche di colore ad olio si asciughino, e che la luce faccia cambiare colore ai miei pensieri.

( Articolo pubblicato su “Il Paese Nuovo” del 13-06-2008 )

E’ calda così la malva.

Posted in Dettaglio con i tag , on Giugno 12, 2008 by ireneleo

Immagine proveniente dalla rete e pertanto di pubblico dominio. Se fossimo incorsi in qualche violazione, scrivete e sarà rimossa. Tanx

È rimasto l’odore
della tua carne nel mio letto.
È calda così la malva
Che ci teniamo ad essiccare
Per i dolori dell’inverno.

Rocco Scotellaro

Su “La Stampa” del 7 giugno 2008….

Posted in Dettaglio con i tag , , on Giugno 9, 2008 by ireneleo

Immagine reperita dalla rete.E quindi di pubblico dominio. Se fossimo incorsi in qualche violazione scrivete e sarà rimossa. Tanx

Irene Leo ha tensione e si muove bene attorno a immagini insolite, spesso interessanti, suggestive:<<Se l’acqua lava ciò che penso, / forse un iris nasce da quel fango, dopo…(CONTINUA)
MAURIZIO CUCCHI, dialoghi in versi.

Universo cercasi

Posted in Scheggia con i tag , , on Giugno 5, 2008 by ireneleo

Immagine reperita dalla rete, pertanto di pubblico dominio. Nel caso fossimo incorsi in violazione, scrivete e sarà rimossa.

per aspera ad astra…

(non est astra mollis e terra via.)

Gomorra&Gomorra

Posted in Articoli con i tag , , , on Giugno 2, 2008 by ireneleo

immagine prelevata dalla rete, pertanto di pubblico dominio. Là dove avessimo involontariamente violato qualche diritto, scrivete e sarà rimossa. Tanx!

Una verità nella verità. E’ possibile? Si, mi chiedo, è possibile spingersi oltre la verità stessa, scavandola a fondo, rendendola ancora più priva di orpelli ed oserei dire onirica? Si sa che nella dimensione dei sogni, l’ineffabile appare tra le pieghe ed irrompe “realmente”. Questo ha dalla sua Matteo Garrone, giovane cineasta che lascia trasudare poesia, nella sua forma più “violenta”, ricordiamo l’imbalsamatore, (2002) un noir atipico, o il gusto letterario di Primo Amore (2003). E Gomorra, oserei dire liberamente ispirato al best seller del noto e coraggioso Roberto Saviano, ancora prima che questo salisse agli onori delle cronache e che il suo libro incontrasse tale riscontro. Vengono riprese cinque tra le storie di Saviano, (che nella realtà letteraria si inseguono in ben undici capitoli), alle quali vengono aggiunte connotazioni drammatiche  accentuate, delle vere e proprie caratterizzazioni di personaggi e storie. La regia sembra limitarsi ad un dietro le quinte, la sensazione è quella dello spiare senza far rumore, senza colonne sonore se non quelle del vivere quotidiano. Un film forte, d’impatto, che fa sobbalzare sulla poltroncina rossa sin dall’inizio tra spari e sangue, per il suo porsi senza mezze misure. Il passaggio dal descrivere per parole  al farlo per immagini rende perfettamente l’idea di questo mondo in cui lo spettatore rimane incastrato con addosso una sensazione claustrofobica che schiaccia, e tiene sul filo del rasoio. Un mondo più che reale dove la morte, la violenza e legge del più forte vincono, su un regno dove la giustizia è marginale nota stonata. Un film che si è guadagnato il “grand prix” della giuria a Cannes, e giusta attenzione, assieme ad un altro italiano, Sorrentino, con “Il Divo”. Un chiaro segno di come si sia spostata l’attenzione su quel modo di fare films “all’italiana”, maniera drammatica  ma non meramente di denuncia, ossia  regalando una dimensione “spettacolare” ed interpretata attaverso l’ottica del regista,  a realtà vere, ed esistenti, denunciandone i contorni  ed i meccanismi pungenti ma con sentori di universalità. Dicevamo un’espletazione della verità, che ha portato Saviano a vivere sotto scorta in contemporanea con l’uscita del libro. Una riflessione è d’obbligo: si sta insinuando la volontà di smascherare meccanismi profondi e radicati. Non parlerei di moda né tendenza, ma di fessurazione di luoghi comuni, di paure, di randagismo giovanile: quando si dice che i giovani non lo sanno dove vanno e non sanno quello che vogliono. Saviano e Garrone, vogliono “cambiare” il mondo con la loro arte, un’arte costruttiva, mai costrittoria, libera e indipendente che si fa portavoce di legalità, di nomi e cognomi e non teme per sé, bensì per il collettivo, per noi tutti.  L’intero film è percorso da due possibilità, come l’intero libro: servire la morte o liberarsi a costo della vita. E’ inquietante l’analisi di fondo, è inquietante vedere che spesso scordiamo quello che realmente c’è, a causa della celebre massima: lontano dagli occhi, lontano dal cuore.
Gomorra ci ricorda ciò che è, ciò che c’è, un fenomeno criminale che non è individuabile in una sola area geografica, ma da là parte e trova strade in ogni dove, se sostenuto.
Alcuni tra gli attori in Gomorra a dire dello stesso regista, provengono dalla strada, ed altri dal Teatro delle albe di Marco Martinelli  che coinvolge spesso detenuti ed ex detenuti, fino ad arrivare al grande Toni Servillo, calatosi perfettamente nella parte del “risolutore” Franco, tuttaltro che coscienzioso, che si dibatte  in maniera discutibile per lo smaltimento dei rifiuti tossici  in terra di Napoli. Ma non manca nessuno: ricordiamo il sarto Pasquale e la dimensione del lavoro nero e dello sfruttamento, Don Ciro e Maria ed il controllo per lo spaccio, la storia di Totò e le faide tra clan rivali, Marco e Ciro due aspiranti boss che finiscono per diventare vittime di questo distorto sogno. E Roberto (in assonanza con il nostro Saviano) che decide di cambiar strada, e di rinunciare al ruolo di “galoppino” del sopra già citato Franco (Servillo). Nel nome dell’amore per la propria terra, posto dinnanzi al bivio, sceglie il tentativo di cambiamento. A dimostrazione, come antica mitologia insegna, che scoperchiato il pandoreo vaso e liberati tutti i mali nel mondo, poi una luce possibile rimane. Pandora, l’umanità che sceglie di sbagliare, di farsi male, e Spes la verde speranza, rannicchiata nel fondo della fonda colpa, l’incipit di ribellione e coraggio, che c’è.
Gomorra è questo. Una questione di Verità. Una presa di coscienza ed un’ammissione di colpa.
Forse bisogna “morire”-mi dico-per ridestarsi nel cambiamento, mentre esco dalla saletta “Fellini”, del cinema di Putignano (Ba) con gli occhi pieni di contrasti, ed il cuore anche, e con voglia di fare, di raccontare il vero sempre e comunque, come Roberto (Saviano) e Matteo (Garrone), due di noi.

Irene Leo

( Articolo pubblicato su “Il Paese Nuovo” del 30-05-2008 )